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Sono quasi 3mila gli italiani detenuti nelle carceri straniere.

I numeri dell’Annuario 2011 del Ministero degli Esteri

di Roberto Nicastro

I libri di storia sugli italiani detenuti all’estero si aprono nel1927 con Sacco e Vanzetti, i due anarchici che furono arrestati negli Stati Uniti con l’accusa di omicidio di un contabile e di una guardia del calzaturificio “Slater and Morril”. In quell’anno e più precisamente il 23 agosto, i due uomini, dopo essere stati processati e giudicati colpevoli, furono giustiziati sulla sedia elettrica nel penitenziario di Charlestown. A nulla valse la confessione del detenuto portoricano Celestino Madeiros che li scagionava né tanto meno i numerosi dubbi sulla loro colpevolezza che sorsero in sede processuale. E solo il 23 agosto del 1977 (cinquanta anni dopo) Michael Dukakis, governatore dello Stato del Massachusetts, riconobbe gli errori commessi e riabilitò la memoria di Sacco e Vanzetti.

Come loro, colpevoli o innocenti che siano, sono migliaia gli italiani che si trovano a dover fare i conti con la giustizia straniera. In particolare, secondo l’ultimo Annuario Statistico del Ministero degli Esteri pubblicato nel 2011, sono 2.935 i nostri connazionali reclusi nelle carceri straniere. La maggioranza (2.223) sono in attesa di giudizio; 681 i condannati e 31 quelli che aspettano l’estradizione.

Le loro sorti, oltre allo svolgimento dell’iter processuale, sono legate al sottile filo della diplomazia internazionale chiamata a fare da ponte con le aspettative dei parenti. E proprio il tema degli italiani detenuti all’estero è divenuto negli ultimi mesi di grande attualità, dopo l’arresto dei due marò italiani in India.

I due militari, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, sono stati arrestati dalle autorità indiane con l’accusa di aver sparato e ucciso il 15 febbraio due pescatori.

Il dibattito pubblico che la vicenda ha sollevato in India, ha reso ancora più difficile l’attività della diplomazia. Per disinnescare la voglia di rivalsa popolare, lo Stato italiano ha infatti trovato un accordo con le famiglie dei pescatori uccisi prevedendo una donazione di 150mila euro per ciascuna di esse. La risposta dei familiari è arrivata alla fine di aprile con la dichiarazione: “perdoniamo i fratelli italiani”, e il ritiro della petizione presentata presso le autorità giudiziarie indiane in qualità di parte lesa.

Parallelamente, però, la partita processuale è andata avanti fino a una svolta importante consumata quando la Corte Suprema indiana ha preso in esame e ammesso il ricorso presentato dall’Italia circa l’obiezione di incostituzionalità riguardo la vicenda dei marò e la loro detenzione carceraria. Il ricorso si basa tra l’altro sull’illegittimità che sta alla base dell’arresto dei due marò, facendo leva sull’incompetenza indiana di giudizio rispetto a una diatriba tra Stati sovrani, il cui oggetto di discussione è un comportamento militare.

Il ricorso “per eccezione di giurisdizione“ si basa sul concetto di inapplicabilità di leggi indiane sul fermo della nave Enrica Lexie, che si trovava in acque internazionali al momento dell’incidente. In questo caso, quindi, sono state poste le basi per un difetto di giurisdizione in modo che il giudizio sui due militari torni ad appannaggio della giustizia italiana. L’incidente è infatti avvenuto a 22,5 miglia dalla costa. Secondo una legge del 1976, in linea con il diritto internazionale generale, le acque territoriali dell’India si estendono fino a 12 miglia dalla costa. Fra le 12 e le 24 miglia si troverebbe, invece, la così detta zona contigua: in essa il Governo indiano è legittimato a compiere controlli per prevenire la violazione delle proprie leggi ma non può esercitare la sua giurisdizione sulle navi che battono la bandiera di uno Stato straniero.

L’importanza della vicenda è stata confermata anche dal ruolo svolto dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, intervenuto per augurarsi che i due marò detenuti in India, “tornino presto liberi in Italia”. “Quegli stessi valori di libertà, giustizia, pace e cooperazione tra i popoli che ispirarono la Guerra di Liberazione ormai 67 anni fa – ha spiegato Napolitano – sono oggi alla base del significativo impegno dell’Italia per la sicurezza internazionale e la stabilizzazione delle aree di crisi del 21° secolo, in seno all’Unione europea, nell’Alleanza Atlantica e nell’ambito delle Nazioni Unite”.

Il loro caso, comunque, ha riempito le pagine dei giornali, ha chiamato in causa l’intervento delle più alte sfere della politica oltre ad aver riacceso la fiamma del nazionalismo tanto in India quanto in Italia. Purtroppo non tutti i casi di italiani detenuti all’estero hanno la stessa eco mediatica, e molti si spengono nell’indifferenza generale di fronte alle richieste di ritorno a casa avanzate dalle famiglie. A fare luce su queste storie, negli ultimi giorni è uscito il libro “Le voci del silenzio” (Eclettica Edizioni), scritto a quattro mani da Fabio Piolese e Federico Cenci, che raccoglie sei vicende esemplari di reclusi italiani che non sono mai tornati.

Tra queste, ad esempio, quella dell’italo-americano Derek Rocco Bernabei, accusato negli Stati Uniti dell’omicidio della fidanzata e ucciso per iniezione letale nel settembre 2000, nonostante fosse incensurato, e nonostante gli appelli alla clemenza lanciati dal Parlamento Europeo e da Giovanni Paolo II.

Un altro caso di cui si è molto discusso è quello di Mariano Pasqualin, italiano residente nella Repubblica Domenicana, arrestato per narcotraffico, e poi morto in carcere in circostanze poco chiare. Nonostante le resistenze della sorella, il corpo di Pasqualin è stato cremato senza che si potesse far luce sulle cause della morte.

Ovviamente, accanto a questi casi finiti nelle maglie della giustizia internazionale, ci sono anche vicende opposte, come quella di Vito Roberto Palazzolo, arrestato nelle scorse settimane in Tailandia, sul quale la giustizia italiana vorrebbe ottenere l’estradizione per fargli scontare la pena nel nostro Paese.

Palazzolo è infatti considerato il banchiere della mafia. È stato già condannato nel 1985 nel filone svizzero del processo Pizza Connection, e poi nel 2009, a nove anni di prigione con una sentenza passata in giudicato per associazione mafiosa. Palazzolo è latitante in Africa dal 1986, fino al 30 marzo scorso quando è stato arrestato all’aeroporto di Bangkok dove stava per lasciare la Tailandia dopo quindici giorni di vacanze con i figli.

Tutte queste sono storie singole, vicende personali che, scorrendo l’Annuario stilato dal Ministero degli Esteri, diventano numeri e compongono la cornice statistica dei connazionali detenuti all’estero.

Analizzando i dati a livello territoriale si scopre che la regione dove si conferma il numero maggiore di detenuti italiani è l’Unione europea (2.235 di cui 1.836 ancora in attesa di giudizio). Seguono le Americhe (Stati Uniti e Sud America). In quel continente sono 426 gli italiani che hanno a che fare con la giustizia straniera. Di questi, circa la metà (214) stanno scontando le loro pene, mentre 201 sono in attesa di giudizio e solo 11 aspettano l’estradizione.

Almeno dalle statistiche risulta che i continenti dove i rapporti diplomatici sono più complessi ed è quindi più difficile ottenere l’estradizione in Italia, sono il Medio Oriente, l’Africa Sub-sahariana e l’Asia. Nei primi due casi i procedimenti di estradizione avviati nel 2010 sono stati nulli, mentre uno solo è stato registrato in Asia.

Un altro confronto interessante è invece quello relativo ai singoli stati. In questa classifica, il Paese che raccoglie il maggior numero di detenuti italiani è sicuramente la Germania, con 1.168 connazionali alle prese con la giustizia tedesca, di cui mille ancora in attesa di giudizio. Dietro la Germania, arriva un altro Paese europeo, la Spagna, con 488 persone di cui 100 condannati, seguita dalla Francia (214 detenuti di cui 75 condannati).

Purtroppo la mappa della detenzione internazionale è molto vasta e variegata, e la presenza di italiani distribuita un po’ ovunque, anche con singoli individui (come nel caso del Guatemala, del Kuwait o della Norvegia).

Le loro esperienze, le loro storie, e soprattutto il loro futuro sono oggi legati alla capacità di mediazione della diplomazia internazionale, anche se il rischio più grande rimane legato alla possibilità, dimostrata in molti casi, che gli imperativi della ragion di stato sostituiscano i principi della giustizia.