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Detenzione e disabilità

 

sbarremaredi Federica Mancosu
(Funzionario Giuridico Pedagogico C.C. “G. Pagliei” Frosinone)

La giornata che i detenuti della casa circondariale  di Frosinone hanno vissuto nei locali del teatro dell’Istituto il 18 gennaio, la ricorderanno per molto tempo. Inoltre un centinaio hanno partecipato ad un importante momento di incontro e condivisione con un gruppo di ragazzi disabili dell’associazione “Anagramma ONLUS” di Frosinone.


Un’idea ispirata dalla proposta che l’associazione “Gruppo Idee” ha presentato con l “Anagramma ONLUS” alla direzione dell'Istituto.
Dall'incontro  è nato un grande sogno condiviso con il comandante commissario  Elio Rocco Mare e con il capo area educativa Filomena Moscato :  una giornata di  confronto e condivisione tra due diverse disabilità.
 L’incontro si è aperto con il saluto di Cristiano Ceccato  Presidente dell’Associazione “Anagramma ONLUS” e padre di Emanuele, ragazzo disabile dalla folta chioma corvina convinto tifoso della sua squadra del cuore, la Lazio, e di un'idea che porta fiero, issata come un vessillo: “Tante sono le prigionie, la prima è mentale e allora quando desidero fare qualcosa, io mi impegno e la faccio!”.
Dopo un breve saluto della Direttrice e dei responsabili del Gruppo Idee, ampio spazio è stato dato alle testimonianze dei giovani presenti che hanno raccontato la loro storia, le difficoltà che vivono quotidianamente e che devono superare affinché  la loro vita possa essere il più possibile “normale”.
Storie come quella di Davide e Maurizio, due di quattro fratelli portati via alla famiglia incapace di prendersi cura di loro, e affidati ad una nuova famiglia dove, racconta Davide perché Maurizio è troppo timido per prendere in mano il microfono, “non è facile crescere perchè non è la tua famiglia e perché non è scontato sentirsi parte di essa, devi fare uno sforzo quotidiano per accettare la nuova situazione”; o come la storia di Cristian, oggi 39 anni, da quando ne aveva 18 sulla carrozzina dopo aver perso l’uso delle gambe a causa di un grave incidente stradale, Cristian, bello e solare, campione di Basket in carrozzina (ha giocato nella “Lottomatica” e ora gioca nel “Santa Lucia” di Roma), che non nasconde l’emozione di parlare per la prima volta ad una platea così insolita, dice: “La disabilità porta ad isolarsi e ad emarginarsi, è difficile ogni giorno alzarsi dal letto e sedersi su una carrozzina ma occorre farlo, la tua vita deve andare avanti…ciò che ti permette di uscire dall’emarginazione è la forza che scopri dentro di te, quasi come una rabbia che ti spinge a dire: io voglio farcela”. La sua storia Giorgia, 13 anni, non l’ha potuta raccontare perché stamattina nessuno poteva portarla giù per le scale con la sua carrozzina, nel suo palazzo manca l’ascensore, e la mamma da sola non ce l’avrebbe fatta. Così è lei, la mamma di Giorgia, a raccontarci la difficoltà di accettare la malattia della figlia, una malattia che sconvolge i ritmi e le abitudini dell’intera famiglia, ma che non scalfisce neanche un pò la voglia di vivere di questa ragazzina, forte e coraggiosa come una leonessa, che lotta ogni giorno per abbattere le sbarre della sua prigionia: “molto spesso, la disabilità si può affrontare più facilmente quando c’è un contesto sensibile e attento che ti sostiene”.
Tante storie hanno preso vita davanti ad una platea in religioso silenzio, in un clima di profondo rispetto, interrotta di tanto in tanto da forti applausi dei ristretti e sfottò calcistici, a tratti commossi dalla grandezza di questi giovani che hanno sfidato la rigidità di un carcere e i tanti pregiudizi che ruotano intorno ad esso, per essere qui oggi con  loro a raccontarsi insieme, a condividere la loro disabilità.
Così anche i detenuti di Frosinone si sono riscoperti “disabili” nel vivere la loro detenzione, come Giuseppe, 62 anni, più della metà dei quali trascorsi in carcere: “La disabilità di un detenuto nasce dalle sue errate scelte di vita che poi lo portano all’emarginazione… senti addosso a te il giudizio dell’altro”; o come Ciro, padre di due figli che stanno crescendo lontano da lui, e che per raccontarsi si è preso una sedia accomodandosi accanto ad Emanuele: “La disabilità che vive un detenuto è non poter dare  l’affetto che si desidera ai propri figli che crescono senza di te per colpa dei tuoi errori e tu quando esci li ritrovi già grandi”; “Vivere in carcere ti porta ad essere egoista, a pensare che chi sta fuori ti giudica solo per quello che hai fatto e non immagina quanto tu soffra qua dentro”. Antonio, che non ce la fa proprio a stare seduto tanta è la voglia che ha di dire la sua, non si sente tanto diverso da un disabile in carrozzina: “Anche noi sappiamo cosa significa essere disabili perché non possiamo fare scelte per la nostra vita ma dipendiamo da altri; quando sei dentro, il tuo tempo è deciso da altre persone e tu non puoi farci niente”.
Dal confronto e dalla sincera condivisione è venuto fuori che entrambe le realtà vivono le stesse difficoltà e lottano quotidianamente contro i pregiudizi, reali prigionie della mente umana, vera disabilità dell’uomo. Vivere la disabilità è vivere una condizione di mancanza di qualcosa: ma chi può sicuramente affermare di sentirsi pieno e completo? Nessuno può sentirsi estraneo a situazioni di difficoltà, nella vita quotidiana spesso ci troviamo ad affrontare momenti difficili davanti ai quali ci sentiamo impotenti, disabili appunto; ma è nei momenti di maggiore difficoltà che esce fuori il meglio di noi, è dalle esperienze più difficili che impariamo a crescere. Così ogni occasione di confronto con l’altro è occasione di arricchimento e di crescita personale perché ognuno di noi può costruire la sua storia di vita solo se si apre all’incontro con l’altro, diverso da se.
La paura del “diverso”, la sua emarginazione appaiono come sconfitte di quella società che si definisce a gran voce civile, ma che spesso nei progetti delle sue futuristiche città dimentica di prevedere una rampa per disabili sul marciapiede o che, incatenata ai suoi pregiudizi non trova il coraggio di offrire un lavoro a un ex galeotto che, dopo aver pagato il suo debito, ricerca un lavoro onesto e una vita da ricostruire.
Storie di uomini, disabili e detenuti, che si assomigliano per tanti aspetti e che sono accomunate da un unico denominatore: la voglia di superare l’ostacolo, di riassaporare la libertà. La stanchezza dell’essere “messi da parte”, di essere considerati “un peso” e la voglia di prendere la parola e raccontarsi, uscendo da quell’estremità dove da altri sono stati collocati. Questo l’atteggiamento condiviso da tutti, questo l’impegno preso, ma non solo.
Al termine degli interventi la direttrice ha rivolto un caloroso grazie a tutti coloro che hanno creduto nella bontà di questo incontro e che hanno contribuito alla sua realizzazione; un ringraziamento in particolare all’Associazione “Gruppo Idee” che collabora strettamente con la Casa Circondariale di Frosinone nel realizzare importanti progetti, mostrandosi sempre attenta e capace di comprendere e interpretare i bisogni dei ristretti.
 L’occasione si è dimostrata propizia anche per annunciare il grande sogno: formare un gruppo di detenuti per operare nel sociale e occuparsi di soggetti disabili. Un grande sogno, una grande ambizione che certamente non resterà una promessa sulla carta.
Soddisfazione e lungimiranza anche nelle parole del comandante Mare: “Questo incontro è stato voluto affinchè si instaurasse una condivisione, terreno necessario per poter progettare insieme. Oggi abbiamo dimostrato che è possibile superare le barriere che ostacolano la vita del disabile e la vita del detenuto”.
L’ultimo pensiero della giornata è andato alle famiglie dei detenuti e dei disabili che, malgrado le difficoltà e i momenti di sconforto, silenziosamente e amorevolmente non mancano di sostenere i loro cari nella “disabilità”.
A conclusione dell’incontro mentre gli ospiti si preparavano ad una visita guidata nel penitenziario, in sottofondo si udiva la voce dell’assistente che, coll’ordinario appello, richiamava i ristretti a fare rientro nelle loro celle.

“ Se avessi avuto paura sarei andata all'indietro, invece che avanti. Se mi fossi preoccupata mi sarei bloccata, non mi sarei buttata, avrei immaginato foschi scenari e mi sarei ritirata. Invece ho immaginato.” (Simona Atzori, classe 1974, ballerina e pittrice,  nata completamente senza braccia)


IL PROGETTO:
PRIMA FASE: formazione all’interno dell’Istituto;

  • i detenuti individuati attraverso selezione, che hanno mostrato particolare interesse e inclinazione all’assistenza dei soggetti disabili, verranno formati attraverso appositi corsi organizzati in  collaborazione con l’Associazione “Anagramma ONLUS” ;

SECONDA FASE: inserimento lavorativo;

  • Un primo gruppo (n. 2 detenuti), attraverso l’ammissione al lavoro all’esterno ex art. 21 O.P., collaborerà con l’Associazione “Anagramma ONLUS” e il Gruppo Idee, prestando assistenza domiciliare ai soggetti disabili;
  • Un secondo gruppo (n. 4 detenuti), verrà impiegato nell’assistenza ai soggetti disabili all’interno dell’Istituto: sarà possibile ospitare soggetti disabili provenienti dall’esterno presso locali debitamente attrezzati, all’interno della struttura penitenziaria; lo scopo è quello di offrire un servizio di assistenza per le famiglie che necessitano di supporto.
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