Bambini senza famiglia

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Ordinario di Psicologia dello Sviluppo presso l’Università di Roma “La Sapienza” Dalle drammatiche vicende dei figli di Haiti alle storie quotidiane delle nostre città, cosa significa vivere da orfani.
di Anna Oliverio Ferraris

Un bambino che perde i genitori è una creatura in caduta libera, senza appoggi o legami, esposto ad ogni tipo di pericolo, fisico e psicologico. Difficile crescere in queste condizioni perché la mancanza di uno sguardo benevolo, di un legame affettivo forte con un altro essere umano, di un modello a cui ispirarsi quotidianamente e con cui confrontarsi  non consente di dare un senso ai propri comportamenti e alla propria presenza nel mondo. La fragilità che li caratterizza li fa vergognare della loro condizione e li priva di quell’autostima necessaria nei rapporti sociali. Per poter sviluppare il proprio potenziale, tollerare le separazioni, le frustrazioni e le attese, sentirsi bene con se stesso e con gli altri, impegnarsi in compiti complessi e prendere iniziative, un bambino ha bisogno di un ambiente sano, affettuoso, equilibrato e prevedibile. Deve sentire di poter fare affidamento sulle persone che lo circondano ed entrare in sintonia con loro. Qualunque sia la sua età. Quando invece il livello di paura e di incertezza è elevato, gli ormoni dello stress alterano il funzionamento del suo cervello: i circuiti cerebrali che comandano l’angoscia e la paura sono attivati in permanenza, mentre le zone da cui dipende il pensiero e l’empatia, non vengono stimolate. Ciò spiega perché spesso i bambini abbandonati o che, pur vivendo con uno o entrambi i genitori, vengono maltrattati e non ricevono attenzioni e cure sufficienti, appaiono meno intelligenti e socievoli degli altri, più timorosi, sospettosi e aggressivi dei loro coetanei. In un ambiente imprevedibile, incoerente e minaccioso, un bambino non può sentirsi al sicuro né prendere delle iniziative autonome perché tutte le sue risorse sono mobilitate per fronteggiare la paura, per cogliere i segnali di pericolo, per tentare di mettersi in salvo. Nel tentativo di salvaguardare la propria integrità psicofisica può, a seconda dei casi, aggredire, estraniarsi, separarsi dalle proprie emozioni, o anche chiudersi in un ostinato mutismo e vivere in un mondo a parte. Un esempio significativo e drammatico di quali strategie un bambino può mettere in atto per sopravvivere in condizioni di grave difficoltà ce lo fornisce Tim Guénard, nella sua autobiografia di bambino abbandonato dalla madre e selvaggiamente picchiato dal padre. Non aveva ancora cinque anni il piccolo Tim quando suo padre, per non averlo con sé quando andava in campagna con la nuova famiglia, lo rinchiudeva in una cantina lurida e buia. Per reagire alla disperazione e al terrore Tim cercava di mettersi idealmente in contatto con le persone che gli volevano bene o che lui pensava gli volessero bene: “Alle pareti buie di questa prigione appendo i ritratti immaginari delle uniche tre persone che mi dispensano felicità e tenerezza: mia zia, mio nonno materno, che adoro, e mia nonna paterna. Mi intrattengo con loro in interminabili soliloqui, spazzando via scrupolosamente anche il più piccolo bruscolo di polvere, la più piccola ombra che possa offuscare i raggi del mio sole interiore. Li maltratto, anche. Rimprovero loro di avermi lasciato da mio padre. Nella notte grido: “Venite a prendermi, venite a prendermi, portatemi via!” […] Mia nonna paterna qualche volta viene a prendermi durante il giorno. È gentile e gioiosa e mi vizia, come una nonna. Ma le ore passano e mi acciglio al pensiero che il nostro idillio stia per finire. Lei non conosce il motivo della mia aria imbronciata e la sera mi riporta a casa. Vorrei davvero restare con lei. Ma va via senza di me. Non posso dirle che suo figlio mi picchia. Resto solo con il mio segreto”. (Più forte dell’odio, Corbaccio, 2000). Com’è noto dall’ampia letteratura in proposito, bambini provati dalla vita possono essere facilmente irretiti da persone male intenzionate che sembrano offrire loro quelle attenzioni e quella protezione di cui hanno un estremo bisogno. Come il Pinocchio della favola, i bambini senza famiglia rischiano di finire nelle grinfie di adulti pronti a sfruttarli e a farne degli schiavi, nel lavoro o in ambito sessuale. Ci sono paesi, nel mondo, in cui la prostituzione infantile è alla luce del sole e, nonostante l’esistenza di proclami e di carte internazionali in difesa dei diritti dell’infanzia, le piccole vittime hanno, in concreto, ben poche possibilità di sottrarsi ai loro aguzzini. I piccoli di Haiti, rimasti soli al mondo, rischiano di finire nelle mani di sconosciuti, a volte veri e propri criminali (si pensi alla pedopornografia e al commercio degli organi), se le organizzazioni umanitarie internazionali non intervengono in modo efficace e tempestivo. La soluzione, per i bambini senza famiglia traumatizzati o maltrattati, è l’adozione. In una famiglia accogliente e amorevole un bambino può curare le proprie ferite e riprendere a crescere. L’inserimento però del bambino nella nuova famiglia richiede disponibilità da parte degli adulti. Questi  devono essere pronti a fronteggiare vari tipi di problemi legati  ai traumi e agli abbandoni vissuti dal bambino sino a quel momento. Ricordi, paure, diffidenze, strategie nevrotiche di sopravvivenza possono creare delle barriere emotive e dei problemi di relazione che non si risolvono all’istante. Ci sono bambini che si fidano di chiunque anche di chi non dovrebbero. Ce ne sono altri che si attaccano in modo così morboso ai nuovi genitori da  non riuscire a staccarsi da loro neppure per brevi periodi. Altri ancora che, pieni di rabbia e di risentimento, sfidano la nuova famiglia nel tentativo di vendicarsi dei torti subiti. Lo psicologo Boris Cyrulnik, che a lungo si è occupato di bambini traumatizzati dalla guerra, dai maltrattamenti e dalle calamità naturali, spiega con queste parole i sentimenti ambivalenti vissuti dal “brutto anatroccolo” nella famiglia adottiva: “Trovare una famiglia ospite quando si è perduta la propria  non è che l’inizio del problema: “E adesso, che cosa me ne faccio di questa?”. Il fatto che il brutto anatroccolo trovi una famiglia di cigni non significa che la questione sia risolta. La ferita è iscritta nella sua storia, incisa nella sua memoria, come se il brutto anatroccolo pensasse: “Bisogna colpire due volte per fare un trauma”. Il primo colpo, nella realtà, provoca il dolore della ferita o la percezione di una mancanza. E il secondo, nella rappresentazione del reale, fa nascere la sofferenza di essere stato umiliato, abbandonato, sfortunato. “E adesso che cosa me ne faccio di questa famiglia? Lamentarmi ogni giorno, cercare di vendicarmi o imparare a vivere un’altra vita, quella dei cigni?”. Per curare il primo colpo bisogna che il mio corpo e la mia memoria facciano un lento lavoro di cicatrizzazione. E per attenuare la sofferenza provocata dal secondo colpo, bisogna che io cambi l’idea che mi sono fatto di quanto mi è accaduto. Alla cicatrizzazione della ferita reale, si aggiungerà la metamorfosi della rappresentazione della ferita. Pur vivendo una vita da cigno, il brutto anatroccolo non potrà mai dimenticare del tutto il suo passato”. (I brutti anatroccoli, Frassinelli, 2002). Che cosa si può fare per facilitare l’adattamento di un bambino che ha dei ricordi della sua precedente famiglia e ha vissuto traumi e separazioni? L’adattamento viene facilitato se esistono alcune condizioni: se i genitori adottivi sono sensibili, sereni, senza problemi psicologici di rilievo, se sono più disposti a dare che a ricevere; se il bambino è in salute; se l’ambiente circostante è privo di conflittualità o litigiosità; se al bambino viene data l’opportunità di parlare del suo passato in modo aperto e non difensivo, senza la preoccupazione di tradire il suo passato o di offendere la sua nuova famiglia. La vita precedente non può essere cancellata neppure nei bambini: ad essi deve esser data l’opportunità di “elaborare il lutto”, di riannodare cioè il filo della loro vita là dove si è spezzato e ristabilire così una continuità tra passato e presente.