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Intervista a Franca Leosini, giornalista e anima del programma “Storie Maledette”.
di Daniele Autieri


Qualcuno dice di lei che è una donna abituata ad avere a che fare con il male, ma chi la conosce sa che ogni sua domanda, ogni inflessione, ogni silenzio, sono picconate in cerca di umanità che – spiega – “è presente in ogni individuo, anche in quelli che hanno commesso atti gravissimi”.

Seduta di fronte ad Angelo Izzo, uno dei “mostri” del Circeo, come all’infermiera killer, Sonya Caleffi, Franca Leosini scava a fondo e scova verità che superano il confine processuale e attengono al sentire nascosto degli individui.
“Il noir affascina perché rappresenta tutte le passioni della vita – racconta lei mentre prepara l’11esima serie di “Storie Maledette”, il suo programma più celebre – c’è l’amore, la vendetta, la gelosia, la passione”.
Sentimenti da sviscerare con la lente d’ingrandimento del giornalista in cerca di risposte e di un senso che solo i colpevoli possono provare a dare.
Nella sua indagine giornalistica va sempre alla ricerca del retroterra dei colpevoli, “non per giustificare il gesto – ha detto molte volte – ma quantomeno per trovargli un senso”.

Il male ha sempre un senso oppure ci sono casi tanto crudeli che vanno oltre ogni umana comprensione?

“Come prima cosa cerco di stabilire un rapporto umano con il mio intervistato. Il mio è un approccio che presuppone un profondo rispetto della persona che ho davanti perché, parlando con me, ha avuto il coraggio di calarsi nell’inferno del suo passato. Spesso sono persone che non hanno mai parlato con nessuno della vicenda che li ha visti protagonisti dolorosi.
Ad oggi, stiamo preparando l’11esima serie di “Storie maledette”. In questi venti anni ho raccontato circa 80 vicende che hanno segnato il nostro Paese. Tutte storie che non riguardano mai professionisti del crimine, ma persone normali che a un certo punto della vita sono cadute nel buio di una storia maledetta. La violenza non ha mai una giustificazione, nulla giustifica un delitto, ma nella mia esperienza devo dire che in generale queste parabole provengono tutte da un tessuto di disperazione, da una trama di dolore. E questo è uno dei motivi per cui le persone accettano di parlare con me, perché mi accosto a loro senza pregiudizi e con l’attitudine di chi vuole capire e far capire agli spettatori qual è il percorso psicologico e umano che ha portato il protagonista di quella storia maledetta a passare da una normale vita a un gesto estremo.

Quale guasto è intercorso nella vita?

Ognuno di noi può essere il potenziale protagonista di una storia maledetta perché in ognuno di noi c’è un quoziente elevatissimo di violenza che riusciamo a controllare perché abbiamo avuto la fortuna di crescere in condizioni ambientali, culturali, sociali e anche di struttura nervosa più solide. In ognuno di noi esiste un alter ego in incognito che quando prende il sopravvento ci può indurre a gesti assolutamente lontani dalla nostra realtà umana, dalla nostra sensibilità; gesti che magari a distanza di pochissimo tempo non ripeteremmo. La loro realtà umana non corrisponde affatto al gesto che hanno commesso perchè in quel momento della loro vita è scattato qualcosa nella loro mente. La realtà è che dietro ogni delitto c’è sempre una storia ed è quella storia che io cerco di raccontare”.

Come si prepara quando deve trovarsi di fronte a personaggi che si sono macchiati di crimini così gravi?

“Sono autrice unica del mio programma e studio tutte le carte processuali affinché non mi sfugga niente, perché di una vicenda giudiziaria e umana devo conoscere tutto.
I miei interlocutori non sanno mai come li intervisterò e che domande intendo fare perché non c’è mai un accordo tra me e loro. D’altro canto, io non so loro come mi risponderanno, ma posso immaginarlo avendo studiato gli atti del processo. E se mi dicono qualcosa che si discosta dagli atti processuali, ho il dovere con garbo di ricordare che nelle carte è scritto qualcosa di diverso.
Dalla parte degli intervistati posso invece dire che per loro il primo vantaggio di partecipare alla mia trasmissione è la possibilità di stabilire un ponte tra le persone in carcere e la società esterna. Durante il processo vengono spesso descritti come mostri ma quando li conosci vedi che sono persone come noi, verso le quali provi quel sentimento alto che è la compassione. Per questo credo al dovere della pena e insieme ad esso alla possibilità di riabilitazione e rieducazione. Ed ecco l’importanza del lavoro e della missione svolta da chi lavora nelle carceri. Il loro compito è durissimo. Io ho sempre visto gente che fa un lavoro di grandissima coscienza, che si sacrifica, dagli agenti, agli educatori, agli psicologi, fino ai direttori delle carceri. Sempre poco apprezzati rispetto a quanto veramente dovrebbero essere”.

Qual è il rapporto dei condannati con il carcere? Come vivono la loro detenzione?

“Purtroppo o per fortuna l’uomo è un animale che si abitua a tutto e dopo un primo periodo di rifiuto e disperazione, si verificano forme di adattamento incredibili. Anche di persone che magari sono innocenti come accaduto con Massimo Pisano (n.d.r. di cui si parla più avanti nell’intervista), che adesso è uscito con un risarcimento enorme per gli anni di ingiusta detenzione subiti. Anche per questo sono importantissime le attività di recupero che vengono accolte dai carcerati sempre con grande entusiasmo. Quello che la società dovrebbe fare veramente è dare più lavoro possibile alle carceri, anche dall’esterno sotto forma di appalti. Fornire opportunità crea possibilità di recupero straordinarie”.

Si può dire che la sua carriera giornalistica è iniziata con un incontro, quello con Leonardo Sciascia. Ce lo può raccontare?

“Avevo 23 anni e la mia vita professionale, la mia fortuna è iniziata così. L’ho conosciuto grazie ad amici di famiglia. Sapevano che avevo questa passione assoluta e volevo intervistarlo, così me lo fecero incontrare in casa loro. Ho vissuto cinque giorni con Sciascia e ho ancora quei nastri registrati in cassaforte. Lui si appassionò a questa ragazza e mi scrisse delle lettere bellissime. Io collaboravo con un giornale di costume e moda e avevo promesso il pezzo a loro. Andai a pranzo con Sciascia e un gruppo di scrittori, e tra loro c’era anche il capo del culturale dell’Espresso. Lui capì che avevo un blocco carico di materiale, mi chiamò a casa e mi chiese di andare al giornale: voleva che consegnassi l’intervista entro la mattina seguente e mi mandò alle 5 del mattino un fattorino per ritirare il pezzo. L’intervista uscì con il titolo di “le zie di Sicilia”. Fu la prima volta che Sciascia denunciò il ruolo della donna siciliana nella criminalità organizzata e quanto la mentalità femminile fosse stata determinante nella formazione stessa dei principi mafiosi.
Fu un pezzo che deflagrò e fu l’inizio della mia fortuna giornalistica”.

C’è una differenza tra uomini e donne nelle storie che ha raccontato?

“Sostanziale. Innanzitutto ci sono molte meno donne nella storia del crimine. Poi ce ne è un’altra: la donna molto spesso è il mandante. È difficile che uccida in prima persona.
Recentemente ho raccontato la storia di una donna che ha fatto impazzire l’ascolto: “l’amante giovane”. Una donna di 51 d’anni molto affascinante, che lascia il marito e quattro figli perché spinta da un ragazzo di 26 anni meno di lei. Nasce un grande amore ma dopo due anni e mezzo, durante quella che sarebbe stata l’ultima notte insieme, lui fa l’amore con lei e poi la lascia confessandole che si è fidanzato con una ragazza giovane e dicendole: tu sei troppo vecchia per me. Lei esce di camera, va in cucina, prende un coltello e gli dà 38 coltellate. È stata una puntata straordinaria perché la storia raccontava come la società è cambiata. Laddove prima spettava all’uomo la titolarità ad avere una compagna molto più giovane, adesso invece la storia è girata e sono anche le donne ad intrattenere relazioni con uomini con molti meno anni.
Questo per dire che il crimine ti racconta la storia di un paese, perché il delitto è trasversale sia sul piano geografico che culturale. Il delitto si può chiamare Patrizia Gucci, quindi Nord, quartieri alti e ambiente ricco, ma anche profondo Sud. In Italia sono ancora presenti culture diverse. Ecco perché il crimine ti racconta la storia di un paese. È trasversale e tocca indistintamente dalla società ricca al mondo più derelitto. Per questo dico sempre che il crimine non è mai fine a se stesso, ma sempre espressione di assenza di valori, solitudine, di cui il comportamento criminoso rappresenta il gesto estremo pur essendo rappresentativo di quella cultura.
Attraverso il delitto io racconto l’Italia”.

Tra i suoi intervistati c’è stata anche Immacolata Cutolo, moglie del boss della Camorra. Qual è la differenza che ha percepito tra il crimine “comune” e quello “organizzato”.

“C’è una differenza totale. Il professionista del crimine è una persona che ha la vita progettata al crimine. Sostanzialmente anche perché molto spesso proviene da ambienti dove si respira aria avvelenata. Il non professionista può essere l’uomo qualunque, di assoluta probità e rettitudine che a un certo punto della vita vede la sua storia personale come un treno che deraglia su un binario sconnesso.
È come se la vita gli scappasse di mano, si perdesse il confine tra bene e male e ci si convincesse che la vicenda può essere risolta solo in quel modo. Nella loro mente e coscienza non c’è via d’uscita”.

Quando arriva il pentimento, presto o è necessario del tempo prima che emerga?

“Arriva con il tempo: ogni delitto e quindi ogni incarcerazione ha una storia diversa. C’è chi ha tentato di sottrarsi, di mentire, chi continua a mentire e non accetta, e c’è chi è stato condannato senza colpa. Io ho un grande rispetto della magistratura ma mi sono imbattuta in alcuni errori giudiziari. E qualche caso l’ho portato alla revisione”.

Quando è accaduto che il suo giudizio personale non si conciliasse con quello espresso da una corte di giustizia?“

Mi è capitato alcune volte e in quelle occasioni mi sono battuta e mi continuo a battere. Alcuni casi li ho portati alla revisione e ne ho avuto ragione. Ricordo la storia degli amanti diabolici del Vimimale dove lui, Massimo Pisano, era stato accusato insieme all’amante di aver ucciso sua moglie. Erano stati condannati entrambi all’ergastolo con sentenza definitiva. Studiando tutte le carte mi sono resa conto che lui era innocente e lei colpevole. In questi casi, conservando il massimo rispetto per la magistratura, metto in evidenza tutti gli elementi o sottovalutati dai magistrati in sede di giudizio od omessi in sede di indagine. Sono laureata in lettere e questo mi permette di non vedere le cose da avvocato, ma da giornalista”.

I fatti di cronaca che leggiamo tutti i giorni sui giornali sembrano raccontare un’escalation della violenza. Siamo davvero di fronte a un imbarbarimento della società?

“Io sono convinta che la violenza c’è e c’è sempre stata. Semplicemente adesso è più conclamata e resa pubblica, ma quei fatti che ascoltiamo tutti i giorni sono sempre accaduti”.

Perchè la società è così affascinata dal male, dal crimine?

“Il noir affascina perché in esso sono rappresentate tutte le grandi passioni della vita: amori, vendette, gelosie, rivalse, rapporti genitori-figli. Tutti i grandi sentimenti forti. E quindi la gente si identifica in queste storie. A questo aggiungi che nel noir c’è il fascino e l’intelligenza dell’indagine, perché non dimentichiamo che noi italiani siamo un popolo di mister di calcio e di Sherlock Holmes. Io ad esempio ricevo montagne di mail, giudizi, e versioni differenti dai telespettatori”.

C’è un’analogia tra questo mensile (Le Due Città) che racconta due mondi (quello carcerario da un lato e la società civile dall’altro), e quella frontiera che emerge nelle sue storie e divide il colpevole dall’orizzonte “rispettabile” in cui vive. È davvero così facile oltrepassare questo confine?

“Assolutamente sì, anche se è un confine che ha barriere fisiche altissime. La vita in carcere è una è una vita “senza” perché l’assenza di libertà per molti versi è assenza di vita, ma dobbiamo sempre considerare che il confine che divide le due esistenze è terribilmente fragile perché ognuno di noi può varcare quella soglia. Forse, siamo solo nati nella culla giusta”.

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