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“L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro” recita l’articolo 1 della Costituzione e getta le basi di quella impalcatura repubblicana sulla quale si sorregge l’intero impianto della società civile.

Un principio che assume tutti i connotati di un’aspirazione in tempi di crisi come questi, dove la disoccupazione diviene cronica e il posto fisso rimane un sogno. Ma a pagare le conseguenze della privazione di questo diritto sono soprattutto gli ex-detenuti o i detenuti in esecuzione penale esterna.

Cosa c’è dopo il carcere? Quali opportunità offre la società per unire tra loro i punti di una vita interrotta?

La risposta è nell’attività che l’Amministrazione svolge in collaborazione con associazioni, cooperative, istituzioni locali e centrali, e mondo produttivo. Sono moltissimi i progetti di reinserimento lavorativo degli ex-detenuti e si snodano attraverso percorsi formativi, spesso sostenuti con fondi dell’Unione europea.

Ma questo non basta, perché il destino “fuori” si inizia a scriverlo da “dentro”. È proprio all’interno degli istituti penitenziari che il detenuto deve acquisire, non solo una professionalità, ma anche una cultura del lavoro.

Considerare questo come un diritto e un dovere di ogni cittadino è il primo passo per non tornare a delinquere. Per farlo è necessario il contributo di tre soggetti: il carcere che da luogo di detenzione deve trasformarsi in luogo di rinascita, morale e personale; il detenuto, al quale spetta il compito di riscrivere le proprie abitudini e cullare una cultura nuova improntata al sacrificio e al rispetto dell’altro; la società esterna, che ha il dovere di offrire quell’opportunità di redenzione chiamata lavoro. Un sostegno, questo, da cui tutti trarranno beneficio.