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Intervista a Rita Crobu, direttrice dell’Ufficio esecuzione penale esterna di Roma.
di Daniele Autieri

“Nel 2009 abbiamo gestito 805 persone in esecuzione penale esterna che erano state assegnate a misure alternative.

Dall’inizio del 2010 ad oggi siamo già a 756 persone, quindi entro la fine dell’anno si prevede che il numero raddoppierà. È il riflesso naturale della crescita della popolazione penitenziaria e, ovviamente, per quanto possano aumentare le opportunità trattamentali, queste difficilmente riescono a rispondere all’intera domanda dell’utenza”. Parla di numeri e progetti, Rita Crobu, la direttrice dell’Ufficio esecuzione penale esterna (Uepe) di Roma che gestisce uno dei bacini più grandi in Italia di uomini e donne che lottano per aprirsi una strada nel mondo del lavoro e reinserirsi nella società. Lasciarsi alle spalle il carcere, con tutto il suo bagaglio di esperienze, non è solo un impegno psicologico che si conclude quando i cancelli si chiudono dietro le spalle, ma diviene spesso un’avventura più complessa proprio laddove la società non fornisce quegli appigli che permettono agli uomini di reinserirsi negli schemi e nelle regole del vivere quotidiano.

“Nel corso del 2009 – spiega la direttrice – abbiamo potuto inviare 62 persone al Centro di Orientamento al Lavoro (COL) del Comune di Roma e l’80% di loro sono state prese in carico dal servizio. Chiaramente parliamo di numeri ridotti rispetto al totale di 805 persone, ma per fortuna non tutti hanno bisogno del nostro intervento. La maggior parte degli affidati al servizio sociale provengono, infatti, dallo stato di libertà in quanto la condanna in espiazione risale a reati datati nel tempo ed hanno già autonomamente reperito adeguata attività occupazionale”.

Dottoressa, quali sono le attività primarie svolte dall’Ufficio che lei dirige?

“Noi ci occupiamo del trattamento sia delle persone ristrette sia di quelle che accedono a misure alternative. In parte, quindi, queste attività vengono svolte all’interno degli istituti penitenziari perché è qui che si gettano le basi del reinserimento, e in parte all’esterno. Ovviamente la parte extramuraria è quella più importante perché ha radici sul territorio e interlocutori che sono le istituzioni locali, le cooperative ma anche il mondo dell’impresa. A mio avviso le due fasi (quella interna al carcere e quella esterna) sono profondamente collegate, perché è proprio dentro l’istituto che non solo si deve formare professionalmente il detenuto, ma gli si deve insegnare anche la cultura del lavoro e quella della legalità. A questo proposito mi piace portare come esempio l’esperienza norvegese di un carcere aperto sull’isola di Bastoey a un’ora da Oslo e destinato a detenuti che hanno un fine pena non superiore ai tre anni. Si tratta di un penitenziario senza sbarre, dove i reclusi vivono in case che gestiscono autonomamente, lavorano, hanno una vita sociale e sono controllati al minimo, con soli cinque agenti nel corso della notte. E per dare l’idea del valore riconosciuto alla responsabilità e all’umanità dell’individuo, a loro è richiesto – qualora decidessero di fuggire – comunque di avvisare una volta raggiunta la terra ferma in modo da far sapere che non hanno perso la vita nella traversata. Nonostante questa libertà negli ultimi 10 anni solo 3 persone hanno tentato la fuga dalla prigione. Il senso di questa iniziativa lo spiega il direttore del penitenziario quando dice: “prima o poi il detenuto esce dal carcere e potresti ritrovartelo vicino di casa. A quel punto che te ne fai di un uomo che ha vissuto in gabbia per anni? Cercare di renderlo un cittadino perbene è nell’interesse di tutti”. Ecco, questo dovrebbe essere il senso del nostro lavoro: l’impegno a trasformare questi uomini e aiutarli a riconquistare i valori e la responsabilità di una vita condivisa con gli altri. Ed ecco perché l’attività di reinserimento deve avere radici già dentro il carcere. In Italia la ristrettezza di fondi ovviamente rende tutto più difficile ed è anche questa la ragione per cui l’incontro con il mondo dell’imprenditoria privata e quello delle cooperative diviene fondamentale”.

La vostra attività di reinserimento si avvale quindi del supporto di altre istituzioni, private o pubbliche?

“Abbiamo sempre creduto che il modo migliore per fare questo lavoro fosse la creazione di una rete sociale sul territorio in grado di accogliere le persone più svantaggiate. Quindi le associazioni, le imprese, ma anche gli enti locali. E proprio seguendo questa filosofia alcune iniziative le seguiamo in proprio, altre in collaborazione con le istituzioni locali o con le cooperative”.

Può farci qualche esempio?

“Collaboriamo fattivamente con il Comune e con la Provincia di Roma. Con il primo interagiamo attraverso il Centro di Orientamento al Lavoro (COL), che valuta le competenze e delinea il percorso lavorativo più adeguato per ciascun detenuto. Questo si collega con l’attività del Centro per l’Impiego che invece è gestito dalla Provincia. Oltre a questo, c’è una forte componente privata e quindi cerchiamo attraverso contatti con aziende e cooperative che sono sensibili al problema e interessate ad investire in progetti di reinserimento”.

Quali sono i progetti più importanti che avete avviato?

“Con il pubblico sono due. Il primo si chiama “Lazio on the Job” ed è portato avanti con la Regione Lazio e con Italia Lavoro grazie ai fondi europei. Si tratta di un progetto che va dal 2009 al 2013 e prevede tirocini formativi della durata di 4 mesi. Al termine del quadriennio è prevista la formazione di 1.300 persone svantaggiate (tra cui appunto detenuti), il 70% delle quali sarà inserito lavorativamente in strutture o aziende che partecipano al progetto. La cosa più interessante è che questi tirocini non sono geograficamente limitati al Lazio, ma possono essere svolti in tutta Europa.

Un altro progetto realizzato con fondi comunitari è Exempla, dedicato agli ex-detenuti e alle persone in esecuzione penale esterna. È un progetto che seguiamo con la Provincia di Roma e con Pronto Intervento Detenuti ed è rivolto a 48 utenti; la durata del tirocinio è di 6 mesi. L’obiettivo è inserire la persona formata in un tirocinio all’interno di un’attività lavorativa congrua alle sue capacità. Per la prima volta gli inserimenti lavorativi saranno anche nel settore del solare termico che consideriamo un comparto economico in espansione, dove ci può essere una più ampia richiesta di manodopera. Per questo progetto le selezioni sono già partite e si sono concluse il 30 giugno.

Tra le attività portate avanti con l’ausilio di fondi dell’Amministrazione Penitenziaria dobbiamo anche ricordare il progetto Ecotaxi finanziato dalla Cassa delle Ammende attraverso il quale prevediamo di formare 27 persone nell’arco di tre anni. Di fatto, il progetto prevede la realizzazione di una rete di trasporto alternativo ecocompatibile attraverso l’utilizzo di risciò a pedalata assistita, guidati da persone in esecuzione penale esterna, che conducano turisti e non solo per le vie del centro. La novità, in questo caso, è che una volta che l’iniziativa è andata a regime sarà creata una cooperativa che manterrà la gestione del servizio continuando a dare lavoro alle persone svantaggiate. Ad oggi, sono 10 le persone già inserite e contiamo di aggiungerne altre 17 entro settembre, quando nascerà la cooperativa sociale. L’attività è divisa in tre turni giornalieri: la mattina per i residenti di Trastevere, soprattutto anziani che debbano sbrigare faccende di vita quotidiana; il pomeriggio per il trasporto turistico nelle zone del centro, come il Colosseo, piazza Venezia o piazza del Popolo; la sera per collegare i ristoranti del centro con i parcheggi dei taxi. Purtroppo l’iniziativa ha subito dei rallentamenti in quanto il Codice della Strada non prevede la mobilità di velocipedi a tre ruote per il trasporto di persone. In attesa quindi della sua modifica (l’iter parlamentare è in via di conclusione) abbiamo ottenuto, non senza difficoltà, delle autorizzazioni ad hoc”.

Parlando invece di progetti portati avanti con fondi dell’Amministrazione?

“Un progetto significativo è quello realizzato con la Cooperativa 29 Giugno che prevede per il 2010 l’inserimento lavorativo di 8 persone in attività diversificate che vanno dalla manutenzione del verde pubblico, alla pulizia fino alla raccolta differenziata dei rifiuti. In questo caso, come anche negli altri, l’Uepe segnala le persone al COL che traccia un bilancio delle competenze e poi le indica alla Cooperativa che gestisce il lavoro”.

Qual è stata la risposta delle imprese a questa vostra richiesta di supporto?

“In generale il mondo produttivo ha mostrato e mostra disponibilità a partecipare ai progetti di reinserimento. Dobbiamo ricordare che, soprattutto grazie allo stanziamento di fondi europei, partecipare a queste iniziative può essere per l’impresa anche una partita economicamente conveniente perché gli permette di accedere a contributi per l’assunzione di dipendenti. Inoltre, proprio nel caso di stanziamenti comunitari, qualora l’azienda decidesse di assumere la persona che ne beneficia prima della fine dell’incentivo, automaticamente si vedrebbe devolvere nelle sue casse il resto dell’ammontare previsto per la conduzione del tirocinio formativo. L’importante, in questo caso, è che assicuri per il neoassunto un contratto anche a tempo determinato”.

Si è sentita anche nel vostro mondo una ricaduta negativa legata alla crisi economica?

“Sicuramente sì. È molto difficile chiede­re di assumere persona­le nuovo a un’azienda che sta mettendo in cassintegrazione molti dei suoi lavoratori, oppure che non ha certezza sul futuro. Per questo decisiva è stata la possibilità di accedere ai fondi europei che comunque hanno garantito un minimo di opportunità anche in un periodo così difficile”.

Quali sono i limiti o comunque le maggiori difficoltà che si riscontrano nell’assegnazione delle borse lavoro?

 “Nel 2009 abbiamo portato a termine uno studio statistico che è durato circa un anno e che ha evidenziato le maggiori criticità legate proprio al reinserimento del detenuto nella società. Il primo problema è legato alle caratteristiche dell’utenza che sono profondamente diversificate. Ogni detenuto ha una sua storia, ma soprattutto una sua formazione. Ad esempio dall’analisi è emerso il basso livello scolastico dei detenuti, l’85% dei quali ha solo una licenza media inferiore e scarse competenze professionali. Questo ovviamente rappresenta un limite nell’individuazione di aziende disponibili ad assumere personale. Un ulteriore problema è rappresentato dall’età media dei detenuti che vengono reinseriti e che generalmente è tra i 35 e i 45 anni, un’età già alta per le imprese. Altro limite è rappresentato dalla temporalità degli inserimenti lavorativi, che generalmente non si stabilizzano dopo il fine pena. Tutti fattori che confermano la necessità di attivare già dal carcere un profondo processo di formazione dell’individuo e, contestualmente, favorire l’apprendimento di competenze che saranno poi spendibili sul mercato del lavoro una volta riconquistata la libertà”.