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Sono oltre 140 i minorati fisici e 60 quelli psichici presenti nelle carceri italiane.
di Daniele Autieri e Silvia Baldassarre

Disabilità come assenza, una sottrazione alla “normalità” che oltre le mura di un carcere si somma alla perdita della libertà.

Due mancanze difficili da colmare che impongono un trattamento dedicato, costruito intorno ai bisogni del detenuto che ha portato con sé dentro il carcere un fardello più pesante degli altri.

All’interno degli istituti italiani sono oltre 140 i minorati fisici e 60 quelli psichici, un numero consistente che richiede personale qualificato, strutture adeguate e moderne, supporto medico costante. Per farlo sia il legislatore che l’Amministrazione hanno previsto fattispecie giuridiche specifiche e un sistema trattamentale che permetta al detenuto di non lasciare al di fuori del penitenziario le cure e il sostegno di cui avrebbe bisogno.

Sono due mondi opposti, quello della disabilità fisica e psichica, che tuttavia seguono regole condivise e trovano nel sistema penitenziario centri di eccellenza che possono fare da apripista a un nuovo modo di intendere la detenzione.

I minorati psichici

Sono oltre 60 i minorati psichici nelle carceri italiane. Vanno distinti dagli internati perché sono considerati dall’ordinamento a tutti gli effetti detenuti, quindi scontano regolarmente la loro pena, ma lo fanno in sezioni a loro riservate, generalmente all’interno degli Ospedali psichiatrici giudiziari. Ad oggi, l’unico caso in Italia in cui sono inseriti in uno specifico reparto di una casa di reclusione è quello di Rebibbia. Ma le cose presto cambieranno perché con il passaggio della gestione sanitaria nelle mani delle Asl, anche questi disabili saranno tirati fuori dagli Opg e per loro saranno individuate misure trattamentali specifiche ma all’interno delle sezioni ordinarie.

Ad oggi, le strutture che ospitano minorati psichici sono gli Opg di: Barcellona Pozzo di Gotto, Napoli Secondigliano Reparto Verde, Castiglione delle Stiviere e Reggio Emilia. A queste, come detto, si aggiunge la Casa di Reclusione Roma Rebibbia che ospita attualmente 18 detenuti con problemi psichici.

I minorati psichici ricevono il costante controllo di personale medico e sono sottoposti ad un regime di detenzione meno severo che favorisce la partecipazione alle attività trattamentali e formative dell’Istituto. Anche per questo, prima del nulla osta dell’autorità giudiziaria, è fondamentale l’analisi medica accurata della veridicità della disabilità.

Di norma, infatti, sono i dirigenti sanitari delle direzioni dei penitenziari a richiedere all’autorità giudiziaria, o direttamente all’Amministrazione Penitenziaria, il trasferimento del detenuto in una struttura adeguata. Questa richiesta può riguardare detenuti che evidenziano sintomi di disturbi mentali appena entrati in carcere, oppure anche mentre stanno scontando la loro pena. I disturbi riconosciuti per la certificazione del trasferimento sono: disturbi psicotici di tipo schizofrenico e di personalità di tipo borderline, oppure disturbi antisociali di personalità con annesse dipendenze di alcol o droga, o ancora in caso di portatori di ritardi mentali medio-gravi.

I minorati fisici: due casi di eccellenza

Bari

Malattia e disabilità sono compatibili con la detenzione? L’articolo 47-ter dell’Ordinamento Penitenziario prevede che una “persona in condizioni di salute particolarmente gravi, che richiedano costanti contatti con presidi sanitari territoriali”, possa scontare la pena detentiva “nella propria abitazione o in altro luogo di privata dimora ovvero in luogo pubblico di cura, assistenza o accoglienza”.

“La conciliabilità tra malattia e disabilità all’interno di strutture carcerarie – afferma il direttore della Casa Circondariale di Bari, Paolo Sagace – è ampliamente affrontata dalla normativa. Negli anni si è andato definendo un corpus giuridico in grado di stabilire con chiarezza tale compatibilità e con esattezza qual è il limite esatto tra malattia, strumentalizzazione e amplificazione della patologia stessa”. “Carcere e disabilità – continua Sagace – sono quindi compatibili, fino a prova contraria. Fino a quando, cioè, non si valuta per ogni singolo detenuto il caso specifico, nel rispetto di un interesse di giustizia sociale e personale”.

In caso di custodia cautelare, i livelli di assistenza previsti dalla legge per i detenuti con disabilità motoria o sensoriale sono di due tipi: uno caratteristico per disabili non autosufficienti, la cui detenzione è prevista in strutture specifiche dotate di un Centro Diagnostico Terapeutico; e uno per ristretti autosufficienti, detenuti in istituti dotati di infermeria attrezzata e assistenza sanitaria di base garantita 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

Al primo gruppo – quello cioè in grado di ospitare i casi più gravi di disabilità – appartengono i penitenziari di Roma-Regina Coeli, Catanzaro, Parma e Bari anche se, ad oggi, le strutture in grado di accogliere gravi forme di disabilità, istituti cioè che sono stati sottoposti a determinati interventi di adeguamento strutturale, sono solamente quello di Parma e quello di Bari.

Il carcere del capoluogo pugliese ospita uno dei 10 Centri Clinici attivi su tutto il territorio nazionale, con annesso un reparto per i paraplegici. “Gestire un carcere con queste caratteristiche non è certo una cosa semplice – spiega il direttore Sagace – perché sono necessarie integrazione e sinergia con l’istituzione sanitaria, sia dal punto di vista delle risorse umane che strumentali. Il nostro Centro Diagnostico Terapeutico assolve la funzione di evitare il ricovero esterno di detenuti in grado di essere gestiti all’interno dell’istituto. Ovviamente, però, il nostro lavoro non si può sostituire a quello di una struttura ospedaliera, con la quale deve operare in stretta collaborazione, garantendo prima di ogni altra cosa la sicurezza”.

La Casa Circondariale di Bari presenta delle caratteristiche strutturali particolari, consone ad ospitare persone che presentano caratteristiche fisiche particolari. Qui, infatti, arrivano detenuti non solo dalla provincia barese, ma da tutta Italia, in quanto la Casa Circondariale di Bari è una struttura dotata di CDT con tutte le specializzazioni mediche che risulta essere il più grande e attrezzato del Meridione.

Tra le patologie che identificano un detenuto come disabile si annoverano quelle da trauma vertebro-midollare – derivanti da malattia cerebrovascolare o da ferite d’arma da fuoco – amputazioni, sclerosi multipla, poliomielite e neuropatie diabetiche.

La sezione per disabili della Casa Circondariale di Bari è suddivisa in tre livelli. Nel piano, destinato ai detenuti paraplegici o con disabilità motorie, ci sono 7 posti letto ai quali si deve aggiungere la sistemazione per il piantone. Tale ruolo è svolto da un detenuto che ha il compito di assistere e aiutare il compagno di cella disabile. Scelti tra i detenuti meritevoli, i piantoni svolgono il proprio ruolo all’interno del penitenziario come attività trattamentale, con la volontà, cioè, di correggere e modificare la propria posizione nei confronti dell’altro al fine di essere reinseriti nella società. Ogni cella è provvista di un accesso facilitato – come previsto dalla legge sulle barriere architettoniche – così come i servizi igienici, tutti regolarmente predisposti per essere del tutto accessibili.

Il secondo livello della sezione ospita i detenuti che, pur essendo disabili, presentano delle caratteristiche meno gravi, mentre il Centro Clinico ha a disposizione 17 posti letto di medicina interna.

Le specializzazioni mediche previste all’interno della Casa Circondariale di Bari sono: cardiologia, ortopedia, fisiatria, infettivologia, pneumologia, neurologia, chirurgia generale e vascolare, gastroenterologia, dermatologia e oculistica. Inoltre, la struttura dispone di un attrezzato centro di Fisiokinesiterapia; attività che si svolge con il movimento, utilizzata per la cura di patologie muscolo-scheletriche, soprattutto per il recupero delle funzioni motorie perse. Ad occuparsene ci sono due fisioterapisti che svolgono la propria attività tutte le mattine al fine di garantire un trattamento personalizzato in base alla patologia di ogni singolo paziente. La palestra è in attesa di ulteriori attrezzature, che saranno fornite dalla Asl e andranno a potenziare quelle già in dotazione per far fronte, così, alle richieste sempre più numerose.

Le criticità riscontrate, in un ambito tanto delicato, riguardano principalmente i tempi d’attesa molto lunghi per gli esami specialistici. Pur avendo, infatti, un’assistenza continua all’interno del penitenziario, è ovvio che per le Tac e le risonanze magnetiche il detenuto debba essere inserito in una graduatoria le cui liste d’attesa risultano essere sempre particolarmente lunghe; questo è causa di un ridotto turnover dei detenuti-pazienti che trovano ricovero in questa sezione. Tale problematica si va ad aggiungere, secondo gli operatori della Casa Circondariale di Bari, alla ritardata autorizzazione al rientro dal carcere di provenienza perché, come detto in precedenza, la struttura accoglie detenuti provenienti dalle carceri di tutta Italia.

Inoltre, anche in questa sezione, si riscontrano i problemi di sovraffollamento. L’assegnazione di nuovi disabili, infatti, crea criticità gestionali e strutturali. “Se nelle sezioni comuni, o in quelle ad alta sicurezza – conclude Sagace – il problema del sovraffollamento investe principalmente l’operatività del personale, sovraccaricato dall’onere della sorveglianza, nei CDT la criticità è dovuta principalmente al fatto che le sezioni, pur essendo a numero chiuso, si trovano a gestire un numero superiore di detenuti che spesso vengono assegnati alla nostra sezione senza preavviso”.

Parma

Circa trecento agenti per 465 detenuti. Un carcere dai mille volti, con sezioni dedicate al 41 bis, ai sex offender, un centro diagnostico terapeutico e la presenza della casa circondariale e di quella di reclusione. Questo è l’Istituto di Parma, il penitenziario che tra le sue specialità ospita anche un reparto paraplegici considerato tra i più all’avanguardia in Italia.

Per arrivarci bisogna scendere più in basso delle normali sezioni. Un ascensore porta al lungo corridoio su cui si aprono le celle allestite per nove detenuti ricoverati. Queste sono molto più ampie di quelle classiche, lasciano lo spazio per muoversi, anche in carrozzella, e sono occupate sempre da due detenuti. Di norma uno dei due è paraplegico, l’altro un detenuto comune che ha accettato di seguire e aiutare il compagno di cella in cambio di un regime carcerario meno severo.

Qui l’aria è sempre climatizzata, estate e inverno, e il reparto è una sorta di ospedale specializzato: ci sono medici della Asl e infermieri che praticano con i detenuti esercizi di fisioterapia. Oltre alle celle, sono diverse le sale adibite al recupero fisico. Alcune sono dotate di attrezzi per gli esercizi fisici, altre di attrezzature tecnologiche e fisioterapiche. Oltre a queste anche una piccola piscina, ancora in fase di allestimento, è adibita al recupero in acqua dei disabili. Nel reparto sono presenti anche i letti per i detenuti costretti all’immobilità totale, i bagni e le docce destinati a questa particolare utenza, e gli ascensori a norma. “L’ambiente è tranquillo – racconta l’agente Botta, che lavora nel reparto – e la socialità è uguale che nel resto dell’Istituto. Naturalmente i detenuti che sono qui dentro vanno meno ai passeggi degli altri, ma la vita si svolge normalmente e l’atmosfera è tranquilla”. Secondo Silvio De Gregorio, direttore degli Istituti di Parma dal 1997, il reparto non è solo un fiore all’occhiello del penitenziario, ma anche un’eccellenza italiana che contribuisce a dare un valore e un senso nuovo alla detenzione stessa.

L’ordinamento penitenziario sugli infermi e i minorati fisici
di Francesco Picozzi

In attuazione del fondamentale principio di umanità del trattamento penitenziario (art. 27, comma 3, Cost, e art. 1, comma 1, o.p.), nonché della generale regola della differenziazione degli istituti penitenziari in relazione alle necessità trattamentali dei detenuti (art. 64 o.p.), la legge sull’ordinamento penitenziario del 1975 detta, all’art. 65, specifiche disposizioni concernenti i detenuti che, a causa di infermità o minorazioni fisiche, necessitano di un appropriato trattamento sanitario.

In particolare, il comma 1 dell’art. 65 stabilisce il principio per cui “i soggetti affetti da infermità o minorazioni fisiche…devono essere assegnati ad istituti o sezioni speciali per idoneo trattamento”. Tale previsione di carattere generale viene meglio circostanziata dal comma successivo; quest’ultimo, infatti, individua i soggetti da assegnare “a tali istituti o sezioni” in coloro “che, a causa delle loro condizioni, non possono essere sottoposti al regime degli istituti ordinari”.

Così disponendo, il Legislatore demanda all’Amministrazione penitenziaria il compito, da un lato, di predisporre strutture “speciali” - in quanto idonee a rispondere alle peculiari necessità di tipo sanitario di una parte della popolazione detenuta -, dall’altro, di assegnarvi, per il tempo ritenuto necessario, quanti sono affetti da patologie incompatibili con la restrizione negli ordinari stabilimenti penitenziari.

Come osservato da autorevoli studiosi (G. di Gennaro, R. Breda, G. La Greca), l’individuazione dei detenuti e internati da inviare negli istituti o sezioni speciali non comporta tanto la risoluzione di particolari questioni giuridiche quanto, piuttosto, l’applicazione “di comuni criteri di carattere fisio-patologico”. La concreta applicazione di questi criteri ha suscitato le perplessità di chi (G. Catelani), riferendosi a prassi amministrative ormai superate, ha osservato che “la qualifica di minorato fisico” si sia spesso risolta “in un semplice strumento per ottenere un migliore trattamento vittuario”.

Le disposizioni dell’ordinamento penitenziario sin qui esaminate vengono opportunamente integrate dall’art. 111, comma 1, del regolamento (D.P.R. n. 230 del 2000) che, al fine di garantire la concreta attuazione degli obiettivi perseguiti dalla legge, richiede un’adeguata qualificazione tecnico professionale per l’organico assegnato alle sezioni per infermi e minorati. Tale norma, in particolare, stabilisce che le strutture in discorso devono essere dotate del personale infermieristico necessario per adempiere alla loro peculiare “funzione di cura e di riabilitazione”.

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