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L’ avvocato nella storia, da Cicerone a Perry Mason, dall’antica Roma alla Rivoluzione Francese.
di Roberto Nicastro

Dai trucchi di Cicerone alle bugie dell’Azzeccagarbugli fino alle intuizioni di Perry Mason, l’uomo con la toga sulle spalle ha sempre esercitato un fascino speciale nell’immaginario collettivo.

 La sua abilità nel maneggiare il diritto tra le mani e influire sui destini della gente ha acceso la curiosità morbosa di scrittori e cineasti, filosofi e uomini della strada.

Di questo mestiere Edward Bunker diceva in tono sprezzante che si trattava di vendere speranza, “nulla più che aria fritta”. Celebri sono rimaste a questo proposito le battute di Denzel Washington nel film “Philadelphia” (“Cosa sono 100 avvocati incatenati in fondo all’oceano? Un buon inizio”), e di Matt Damon in “L’uomo della pioggia” (“Come si fa a capire quando un avvocato mente? Semplice: gli si muovono le labbra”). E proprio negli Stati Uniti si concentrano i due terzi degli avvocati presenti nel mondo (uno ogni 25 abitanti, bambini compresi). Una classifica, questa, in cui l’Italia figura comunque ai primi posti.

Nel nostro Paese gli avvocati sono oltre 200mila divisi tra una maggioranza silenziosa e poco conosciuta, e una minoranza di principi del foro abituati a vivere sotto i riflettori.

Ma qual è la storia di uno dei mestieri più antichi del mondo? L’origine affonda nella Roma Repubblicana, e ancora prima. Allora i processi si tenevano all’aperto e i tribunali non erano che tribune montate nella zona centrale del foro. Tribunali permanenti nacquero solo dalla metà del II secolo ed erano utilizzati per giudicare i crimini più gravi. Ed è proprio in questo periodo che prese forma il mito del “principe del foro”, proprio perché intorno agli oratori più bravi dei processi che venivano tenuti all’aperto, si riuniva una piccola folla incuriosita ed ammirata.

In realtà, però, i primi ad aver avuto l’idea di farsi difendere nel corso di un processo furono 300 anni prima gli ateniesi. Tra il IV e il V secolo gli abitanti di Atene avevano inventato la professione del “logografo”, un esperto che scriveva arringhe a pagamento. Nell’antica Grecia, comunque, i primi avvocati non godevano di buona fama. Secondo Platone, ad esempio, e come lui per molti altri filosofi dei secoli successivi, l’avvocato era un personaggio negativo.

In realtà però la professione forense trovò il suo successo con i romani. Nella Roma dei patrizi, i processi avvenivano soprattutto per corruzione. Gli aristocratici finanziavano infatti le loro carriere politiche coprendosi di debiti prima, e razziando nelle province conquistate, dopo.

Nacque così una genia di grandi difensori e con loro  fecero il loro ingresso, per la prima volta nella storia, i processi spettacolo. Il principe del foro si faceva abitualmente scudo con i parenti dell’accusato, utilizzandoli come testimoni e inducendo compassione nella giuria per fare leva sulla loro sofferenza. Già dall’antica Roma, un bravo avvocato doveva saper giocare con il tono della voce, ora sommesso, ora retorico, ora impostato, in modo da essere incisivo sui giudici.

Ma il numero di avvocati attivi aumentò considerevolmente dopo la conquista della Gallia da parte di Giulio Cesare. Si dice infatti che in quel periodo arrivò dal Nord un esercito di quelli che Giovenale chiamava nutricola consiliorum. Nel VI secolo dopo Cristo molti discorsi pronunciati nel foro romano vennero raccolti e pubblicati a Costantinopoli, capitale dell’Impero Romano d’Oriente. E fu solo lì che i bizantini inventarono la laurea in giurisprudenza, senza la quale non sarebbe stato più possibile esercitare la professione.

Nel periodo medievale le cose cambiarono e con il sistema feudale l’autorità venne divisa tra l’imperatore, il vescovo e il signore locale. Fu così che quel carattere di indipendenza e professionalità che aveva acquisito il mestiere di avvocato, si perse nuovamente. In quei tempi l’avvocato restò infatti in secondo piano: i processi non erano pubblici e la tortura era divenuta una prassi comune.

Tutto cambiò nuovamente nel 1600 in Francia quando per la prima volta venne riconosciuta la libera professione per l’avvocato, svincolata dal controllo dello Stato e con l’obbligo di difendere chiunque lo chiedesse, anche qualora non fosse in grado di pagare.

Nel secolo successivo la Rivoluzione Francese fece il resto e i principi di eguaglianza, libertà, fraternità, oltre alla ventata di innovazione basata sul riconoscimento dei diritti universali portata dall’Illuminismo, lanciarono la professione in orbita trasformando l’avvocato in un tutore dei valori cui deve ispirarsi ogni regime democratico. In realtà dal processo per empietà a Socrate del 399 a.C. alla congiura di Cicerone del 63 a.C., fino alla condanna per eresia di Galileo Galilei del 1633, la figura del legale è stata presente e ha avuto una influenza decisiva nella storia.

Da allora la professione si è sempre più affinata e l’aspetto accademico è divenuto fondamentale nella formazione dell’avvocato di oggi. Attualmente, la normativa per accedere alla professione è divenuta complessa e diversificata, anche all’interno della stessa Unione Europea. Ad esempio in Spagna non è richiesto il superamento di un esame di abilitazione, mentre in Gran Bretagna gli avvocati sono pochissimi e a numero chiuso. La specificità italiana, invece, è tutta nelle statistiche: la quantità di avvocati presenti è spropositata e non ha eguali negli altri paesi del continente. Si parla infatti di oltre 200mila professionisti contro i 44mila francesi. In proporzione alla popolazione, si può dire che in Italia ci sono 290 avvocati ogni 100mila persone, 266 in Spagna, 168 in Germania, 92 in Olanda, 76 in Francia e 63 nel Regno Unito.

Per tutti loro la competizione è uno stile di vita, imposto dal numero elevato di professionisti che si fanno la guerra sui libri di diritto. Un atteggiamento, questo, che ben si sposa con l’aspirazione alla perfezione, altro elemento imprescindibile nella cerchia dei migliori.