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La Compagnia Evadere Teatro di Rebibbia Nuovo Complesso ha debuttato il 26 maggio sul palco del Teatro Quirino di Roma.
di F.C.

Esiste un’ampia pubblicistica sulla funzione del teatro all’interno del mondo carcerario.

Non se ne ripercorrerà qui la storia (che parte dall’impegno di Sara Bernhardt a S. Quintino nel 1912, passando per Becket fra il ’50 e il ‘60, Eduardo, Enrico Maria Salerno, Pasolini, per arrivare alle esperienze contemporanee di Volterra, Milano, Saluzzo, Palermo). Ci limiteremo a puntualizzare il tema centrale dell’esperienza artistica come fulcro della riflessione e ripensamento sulle proprie scelte da parte dei cittadini detenuti.

Prenderemo in prestito le considerazioni di Leopardi sulla funzione della poesia nella propria biografia intellettuale. Dopo gli anni dello studio “matto e disperatissimo”, il genio di Recanati approda alla convinzione che non sarà l’erudizione a condurlo al più alto livello dell’espressione. Lo studio libresco lascerà il posto alla poesia, all’esperienza del bello come veicolo primo di comunicazione, relazione culturale col mondo, creazione di un universo di idee nuove e condivise. Il teatro in carcere funziona esattamente in questo modo. I detenuti sono cittadini che – nella stragrande maggioranza dei casi – non hanno potuto o voluto attingere all’opportunità offerta dalla scuola. Il banco scolastico, disdegnato in gioventù, a fatica viene ritrovato dietro le sbarre e l’idea di sapere e cultura che passa attraverso i libri di testo è assai lontana dalla mentalità media di chi sta scontando la pena. L’arte, la poesia - come aveva intuito Leopardi – è esperienza che non passa attraverso i canali del “dover essere”, come accade per lo studio sui libri, bensì entra direttamente attraverso i recettori del “piacere”, del gioco, dell’immaginazione, davvero capace di riscattare la brutalità del tempo e della storia.

Il Teatro offre ai detenuti l’opportunità di incontrare sul piano emotivo, intellettuale, spirituale un ampio ventaglio di possibili sguardi sul mondo. Il Teatro concorre a fornire strumenti nuovi nell’interpretazione della propria esperienza di vita. Ciò grazie ad una pratica artistica che attinge alle parole altissime dei poeti per trasferirne il senso nella concreta vita di palcoscenico. Poesia incarnata. Ecco allora che tramite le prove dei tragici greci, di Dante, Shakespeare, Moliére, Leopardi, Eduardo, Becket, il senso del nostro essere nel mondo, delle relazioni con gli altri e con la comunità, si può trasfigurare. Il linguaggio si arricchisce fino a rinominare le cose e le loro relazioni. Così si dischiude un mondo nuovo o, almeno, una sua nuova opportunità.

La Compagnia Evadere Teatro di Rebibbia Nuovo Complesso

Il penitenziario romano di Rebibbia Nuovo Complesso è considerato uno degli esempi di come l’Istituzione carceraria possa concretamente intraprendere la via della rieducazione e reinserimento sociale e lavorativo dei cittadini reclusi. Rebibbia N.C.  è davvero in grado di offrire a chi voglia cogliere la propria “seconda opportunità”, percorsi di studio, formazione, lavoro ed esperienza dell’arte.

Sotto l’egida del Centro Studi “Enrico Maria Salerno”, il Teatro di Rebibbia si è conquistato un posto di rilievo nel panorama del teatro romano.  La sala, regolarmente aperta al pubblico della città, è dotata di una platea di quattrocento posti e di un palcoscenico ampio e perfettamente attrezzato.

Laura Andreini Salerno (Direttore Artistico del Centro Studi “Enrico Maria Salerno”) e Valentina Esposito guidano la Compagnia Evadere Teatro che raccoglie oltre trenta detenuti della Sezione G8. Fabio Cavalli è responsabile organizzativo e regista della Compagnia dei Liberi Artisti Associati – Sezione G12, Alta Sicurezza.

La Compagnia Evadere Teatro, come si è detto, raccoglie i detenuti di lunga pena della Sezione G 8 del carcere romano. Con loro Laura Andreini Salerno e Valentina Esposito hanno avviato un appassionante percorso di formazione teatrale, sotto l’egida del Centro Studi Enrico Maria Salerno, in piena collaborazione con la Direzione della Casa Circondariale e con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.

Il laboratorio impegna trenta partecipanti nell’apprendimento delle tecniche di recitazione ed ha portato alla costituzione di una vera e propria Compagnia che ha debuttato per la prima volta oltre le mura del carcere, con uno spettacolo di grande impegno ed impatto teatrale: Viaggio all’Isola di Sakhalin, ispirato ad un celebre reportage di Anton Cechov presso la colonia penale russa nell’estrema Siberia. Le registe ed autrici hanno creato un intreccio inedito fra il racconto del grande drammaturgo russo e le ricerche dello scienziato cognitivo Oliver Sacks a proposito della strana patologia che colpisce le popolazioni isolate del Pacifico, chiamata acromatopsia, ovvero, cecità selettiva ai colori.

La “vita”, ovvero la biografia personale dei partecipanti, costituisce la “drammaturgia” di questo percorso formativo. Il reportage di Cechov e la straordinaria esperienza scientifica di Sacks hanno stimolato la trasformazione del racconto autobiografico orale, liberamente espresso dagli interpreti, in tessuto narrativo. Il punto di vista soggettivo ha lasciato il posto alla descrizione oggettiva del proprio agire e patire. La parola letteraria, “altra” e “alta”, è stata tradotta nei dialetti d’origine dei singoli attori, prendendo forma e corpo, trasferendosi nella vita reale, facendosi memoria interiorizzata fino a confondersi con la descrizione della vita reclusa e gli spunti biografici suggeriti dagli interpreti. Intrecciando dramma e commedia, lo spettacolo sfiora con delicatezza l’auto-rappresentazione e segue le tracce del medico (un Cechov in parte reale, in parte immaginato) che prova a sconfiggere, con la passione dello scienziato-missionario, quel male terribile che è la “cecità degli affetti”: il male che colpisce in ogni tempo, luogo e condizione, coloro che vivono reclusi e privati delle fondamentali relazioni umane e affettive. Dopo la prova offerta dalla Compagnia al Teatro del Carcere di Bollate il 22 aprile scorso, Viaggio all’Isola di Sakhalin ha debuttato il 26 maggio sul palco del Teatro Quirino di Roma. L’evento segna una svolta importante: una Compagnia di oltre venti detenuti-attori esce per la prima volta dal carcere romano per approdare alle tavole del palcoscenico di uno fra i primi teatri nazionali. Mille spettatori hanno applaudito gli interpreti, in una serata straordinaria che rimarrà indelebile nella memoria di quanti hanno lavorato per rendere possibile questo risultato. Infatti è stato l’intreccio di straordinarie volontà istituzionali che ha consentito questo passo “storico”: un premio per l’impegno della Compagnia e una prova di fronte al pubblico di come il carcere possa contemperare pena, umanità, arte, opportunità di riscatto.

Stabile Assai al Parioli
La Compagnia della Casa di Reclusione Rebibbia si è esibita dal 18 al 23 maggio al teatro Parioli.

Ancora teatro e ancora carcere: un binomio che si è rinnovato dal 18 al 23 maggio scorsi al Parioli di Roma quando la Compagnia Stabile Assai della Casa di Reclusione Rebibbia si è esibita nella commedia di Antonio Turco “Nascett’ n miezz’ o mare”.

La Compagnia è il più antico gruppo teatrale operante all’interno del contesto penitenziario italiano, il suo esordio risale al 1982 con la partecipazione al Festival di Spoleto. Formata da detenuti, detenuti semiliberi, operatori penitenziari e musicisti professionisti, “Stabile Assai” si è caratterizzata nel tempo per la stesura di testi inediti, generalmente collegati ai temi dell’emarginazione, come l’ergastolo, la follia, la questione meridionale, l’integrazione etnica. Temi che in parte riemergono anche in quest’ultimo spettacolo ambientato nella Napoli del 1981. Nella città sconvolta dai danni causati dal terremoto, si verifica un omicidio che non ha nulla a che fare con la guerra della camorra.

Il movente ha radici nell’adolescenza dell’assassino e nelle violenze subite insieme al fratello da parte di un operatore del carcere minorile. Un incontro fortuito, 20 anni dopo, scatena la vendetta. Per evitare il dramma entrano in scena diversi personaggi: il fratello maggiore, un’assistente sociale legata ai due ragazzi, un avvocato alcolizzato e il parroco di zona.

La trama riprende quella di “Sleepers”, il celebre film di Barry Levinson, anche se l’ambientazione non è la Little Italy newyorkese, ma una Napoli dove sta tramontando l’epoca romantica del contrabbando per lasciare il posto a quella del malaffare, con la camorra che stringe rapporti con la banda della Magliana e con la mafia.

Autori della piece sono Antonio Turco, che ha contribuito all’elaborazione di molti testi della Compagnia, e Sandra Vitolo, psicologa della Casa di Reclusione di Rebibbia, La regia, invece, è di Caterina Venturini, diplomata alla Bottega teatrale di Firenze diretta da Vittorio Gassman.

La compagnia si è esibita nel giugno del 2009 all’interno della Camera dei Deputati alla presenza del Presidente della Camera, Gianfranco Fini, del Presidente della Commissione Giustizia del Senato, Giulia Bongiorno, e del Capo del DAP, Franco Ionta.

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