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Donato Carrisi, autore de Il Suggeritore, edito da Longanesi, racconta il mondo penitenziario da cui ha attinto per delineare il suo personaggio.
di Silvia Baldassarre

Il primo libro di Donato Carrisi è divenuto un caso letterario non solo per i premi vinti – si è infatti aggiudicato il Premio Bancarella nel 2009 – ma perché ha permesso al pubblico italiano di ritornare ad amare un genere, il thriller, che sembrava essere caduto nel dimenticatoio, fatta eccezione per alcuni casi sporadici e per la produzione straniera.

Ma la lettura di autori di un’altra nazionalità fa perdere, in verità, il contatto con quello che è il contesto sociale che conosciamo e nel quale viviamo. Carrisi – anche se il suo romanzo è ambientato in uno spazio non geograficamente definito – è stato in grado di riportare il lettore italiano a una dimensione nota. Il pubblico nostrano, infatti, bombardato da fiction e cinema statunitense, si ritrova ad aver acquisito conoscenze lontane dalla quotidianità e Il Suggeritore lo riporta a contesti e circostanze contingenti.

Con un linguaggio quasi cinematografico – in grado cioè di evocare immagini ben definite nella mente del lettore – e una trama ben costruita, l’autore definisce un preciso percorso prendendo le mosse da un’indagine poliziesca e traccia una chiara analisi dell’animo umano descrivendo ambienti dei quali si percepisce una precisa conoscenza di fondo.

Ma chi è realmente Donato Carrisi? Cominciamo dai tuoi studi. La giurisprudenza, con una tesi su Luigi Chiatti, il Mostro di Foligno. Le specializzazioni in criminologia e scienze del comportamento. Da dove nasce l’interesse per la devianza?

“La scelta è stata molto casuale perché vengo da una famiglia con una lunga tradizione di giuristi. Porto, tra l’altro, il nome di un noto avvocato di cui avrei dovuto prendere il posto, quindi sono un po’ la pecora nera di questa famiglia avendo scelto un’altra strada. Però ho studiato giurisprudenza con grande passione e nell’ultima parte dell’università mi sono interessato particolarmente al diritto penale; la casualità è capitata perché, nel momento di scegliere la tesi, mi è stato proposto dal professore di medicina legale – che era uno dei periti del processo d’appello del caso Chiatti – il primo studio in Italia sui serial killer e di occuparmi, in particolar modo, del caso di Luigi Chiatti”.

Poi il lavoro di sceneggiatore… C’è un’affinità tra questi mondi così diversi?

“Sicuramente! Gli scrittori, secondo me, non vengono mai fuori dalle scuole di scrittura – che servono solo a specializzarsi – hanno un altro bagaglio di vita. Per quel che mi riguarda la laurea in giurisprudenza è stata molto utile, quegli studi hanno avuto un riflesso su quello che scrivevo come sceneggiatore, come autore di teatro e infine come scrittore di romanzi”.

Come mai non hai intrapreso la carriera investigativa?

“Fondamentalmente mi sono sempre ritenuto uno scrittore. Non ho mai avuto interesse nello stare sul campo, forse perché mi avrebbe creato un po’ di imbarazzo avere a che fare con una realtà che invece riesco a manipolare facilmente quando la guardo dall’esterno, a distanza in un certo senso e a farne materia di racconto, ma esserne immerso sarebbe stato un po’ più difficile”.

 Quali sono le motivazioni che spingono a scrivere di storie così crude e terribili?

“Tutto nasce da una considerazione fatta un po’ di tempo fa da uno psichiatra forense che diceva: «Solo i mostri non hanno mai incubi, fanno tutti bei sogni». Diciamo che l’interesse non è morboso, è una sorta di valvola di sfogo, se vogliamo, per quel lato oscuro che è presente in ognuno di noi. Io diffido sempre di chi mi dice che non ha alcun interesse per queste materie perché, se davvero l’interesse manca, vuol dire che una parte dell’inconscio è repressa e in qualche modo si esprimerà prima o poi!”

 Secondo te qual è il segreto del successo del tuo libro, in un Paese come l’Italia dove la tradizione letteraria è più classica e dove il genere thriller è identificato con autori stranieri, perlopiù americani?

 “Io invece credo che gli italiani siano ben predisposti per il thriller. In effetti, il genere è stato appannaggio degli autori americani, anglosassoni in genere, come adesso gli svedesi. Questa non è una responsabilità del pubblico, ma di chi ha fatto morire determinati generi in Italia. In Italia il thriller esisteva, è sempre esistito, basti guardare Scerbanenco oppure, tanto per citarne uno, uno dei più grandi thriller italiani è stato scritto da un autore negli anni ’80, un libro che ha avuto un successo clamoroso, pochi ricordano il fatto che quel libro sia un thriller, molti ricordano il libro in sé: Il nome della rosa di Umberto Eco. Quindi noi abbiamo in realtà nel DNA il genere anche se è un po’ scomparso. In Italia ci si sforza sempre di proporre una storia che sia ‘impegnata’, che abbia, cioè, dei riflessi sociali e politici e questo ha ammazzato il genere perché tutto quello che non era ‘sociale’ è stato ritenuto di serie B. Non so chi siano i responsabili, però sono tanti e prima o poi qualcuno li punirà, lì dall’alto!”

Il tuo successo già li ha puniti!

“Gli scrittori di thriller hanno molte difficoltà in questo momento. Faletti ha aperto sicuramente una strada in questo senso ed è stato molto utile per tutti gli altri, però continuano ad esserci difficoltà e diffidenza che vengono interrotte – grazie al cielo – dal pubblico”.

 A chi ti sei ispirato? Hai seguito un modello mentre scrivevi?

“I modelli sono tanti, non vorrei fare torti! Non posso citare nessuno in particolare. Più che altro mi sono riferito al mio gusto di lettore. Ho scritto, in realtà, una storia che avrei voluto leggere, seguendo il mio gusto di lettore e non quello di scrittore. Il mio primo lettore, in realtà, sono stato io!”.

 C’è molto cinema nel modo di raccontare. Alcune immagini sembrano riprese da una telecamera…

“Sì, io ho una scrittura molto visiva ed è una caratteristica che mi viene dal cinema e dalla fiction e non poteva essere altrimenti perché la mia caratteristica è quella di scrivere per immagini. Devo dire che è uno stile che ho affinato scrivendo sceneggiature e spero di conservarlo, anche perché è il modo più efficace per portare il lettore all’interno della storia”.

La storia inizia con un uomo in carcere. Conosci il mondo penitenziario?

“Abbastanza perché ho fatto un periodo di pratica legale all’università con un caro amico avvocato che mi ha introdotto in determinati meccanismi e con il quale ho visitato il mondo carcerario”.

Anche per delineare e descrivere una figura criminale così precisa hai preso spunto dalle tue esperienze?

“Ho preso spunto anche da casi di cronaca concreta. Quel detenuto si trovava realmente nel carcere delle Molinette di Torino e cancellava le tracce. Era in prigione per un reato minore, però gli agenti si sono accorti che cancellava le sue tracce organiche ed è sorto il sospetto che avesse commesso un reato più grave e non voleva che qualcuno prendesse il suo DNA. È una storia realmente avvenuta!”.

I fatti narrati appartengono al mondo del reale. Perché il pubblico ama queste storie di cui in realtà ha una paura?

“Penso che la paura sia un’emozione essenziale. È la prima che proviamo nella vita: venendo al mondo piangiamo per paura. Dato perché possediamo questo retaggio emotivo, ogni tanto è necessario tornare a quelle origini, a quel sentimento iniziale, a quell’emozione iniziale”.

 «Li chiamiamo mostri – fai dire a un personaggio del libro (Goran Gavila ndr) – perché li sentiamo lontani da noi, perché li vogliamo ‘diversi’. Invece ci assomigliano in tutto e per tutto. Ma noi preferiamo rimuovere l’idea che un nostro simile sia capace di tanto.» Questo è il tuo pensiero che fai uscire dalla bocca di Goran?

“Sì, assolutamente! Chi si stupisce quando un mostro viene catturato? Davanti al microfono dei giornalisti sentiamo gli amici e i parenti che dicono: «Ma come? Era un bravo ragazzo!» Questa è la tipica frase che si usa quando si vogliono prendere le distanze. Si cerca sempre di trovare una giustificazione, più che per il mostro, per se stessi. Mostro diventa un’etichetta facilmente spendibile sia per l’opinione pubblica che per i media”.

 In ognuno di noi è celato un possibile mostro?

 “Secondo me sì. Certo, poi siamo dotati di efficacissimi freni inibitori che chiaramente entrano in funzione non appena ci avviciniamo un po’ troppo al limite, in quella zona d’ombra che anno tutti. Abbiamo degli scrupoli di coscienza, temiamo il pubblico ludibrio e anche le conseguenze legali, però alcuni pensieri funesti hanno attraversato la mente di tutti credo…”.

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