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Il carcere femminile della provincia afgana è stato realizzato dal Provincial Reconstruction Team italiano
di Luca Manzi

Alcune storie non si dimenticano. Come quella di Sabar, 28 anni, che racconta di essersi ubriacata una sera durante una festa a casa sua e di essere stata condannata a due anni di

prigione dopo che i vicini l’avevano denunciata. Oppure quella di Gity, che quando ha lasciato il marito di anni ne aveva 18 ed è stata condannata per abbandono del tetto coniugale. O ancora quella di Neeba, 25 anni, altri 12 da passare in carcere con l’accusa di aver bruciato vivo il marito. Sono le storie del penitenziario femminile di Herat, nel cuore dell’Afghanistan, una struttura di dolore ma anche di salvezza perché le circa 150 donne e i 90 bambini reclusi al suo interno la vivono come una comunità di recupero dove il tempo è scandito dal lavoro. Le attività trattamentali previste sono variegate e vanno dalla realizzazione dei tappeti al telaio, alla cucitura dei vestiti fino ai corsi per imparare a leggere e scrivere e, per le più istruite, a parlare inglese e a usare il computer.

Il tutto in un penitenziario modello, realizzato nel 2009 grazie a un investimento di 400mila euro dell’Unione europea e del Ministero della Difesa italiano, e costruito dal Provincial Reconstruction - Team italiano (PRT). Questa unità è dedicata alla ricostruzione e allo sviluppo di alcune zone del Paese ed è costituita da una componente militare e una civile. Sono proprio loro, gli uomini del PRT che periodicamente verificano lo stato e l’efficienza della struttura.

Durante la guerra la provincia di Herat, che conta circa 1,5 milioni di abitanti, è stata teatro di violenti scontri tra le forze della Nato e i talebani, e dal 2005 è presidiata dalle truppe italiane, impegnate nel difficile processo di ricostruzione.

Nel 330 a.C. Alessandro Magno costruì la cittadella sul luogo del primo insediamento, mentre nell’809 d.C. la città divenne parte del Califfato.

Nel 1750 fu presa da Ahmad Shah Durrani e divenne parte dell’impero afgano, anche se nel corso del XIX secolo (in particolare intorno al 1850) la città fu contesa tra afghani e persiani, finché dal 1863 rimase definitivamente sotto il controllo afgano.

Oggi Herat è una città tutta da ricostruire, nelle strade ma anche nelle coscienze, e il carcere femminile è stato un primo importante passo verso una difficile modernizzazione. Il penitenziario femminile non serve solo l’omonima provincia ma anche quelle limitrofe di Farah, Ghor, Badghis e Chagcharan. L’età media delle recluse è tra i 25 e i 30 anni e molte di esse scontano una pena per l’abbandono del tetto domestico, che per la legge afgana comporta circa 3 anni di reclusione.

Fino al 2009 il carcere femminile era collocato in una struttura fatiscente, dove, -  commentava il direttore del carcere Abdul Majid Sadeqi – “neanche gli animali avrebbero cercato ricovero”. Con la costruzione della nuova palazzina tutto è cambiato: la struttura si è dotata anche di una piccola biblioteca, di una lavanderia, di spazi dedicati a laboratori, da quello di inglese ai corsi per internet, a quelli per parrucchiera ed estetista. A questi si aggiunge anche la presenza di un asilo nido perché nel nuovo penitenziario di Herat le donne possono tenere i figli con loro fino a 5 anni per i bambini e a 7 per le bambine. All’esterno è stato allestito un campo da basket per l’attività fisica, mentre la socialità si sviluppa negli stanzoni più grandi dotati di televisore. Il lunedì è il giorno dei colloqui con i familiari. Arrivano in tanti, molti portano frutti, vestiti e qualche regalo per alleggerire il peso della detenzione, ma la realtà che si cela dietro le apparenze è che per molte di queste donne la famiglia è ormai un’entità lontana, dalla quale sono state ripudiate.

Distaccato dal penitenziario femminile, ma costruito sempre con il supporto del PRT italiano, è il Centro di cura per le tossicodipendenze, perché l’oppio è un altro di mali atavici che martoriano l’Afghanistan. Il centro ospita circa 2.500 detenuti e tra loro ci sono anche terroristi, come ad esempio quelli arrestati per l’attentato dell’ottobre 2010 al contingente italiano dove persero la vita quattro alpini.

Frutto dell’impegno del PRT italiano, è anche la costruzione di una scuola per 300 posti messa al servizio del carcere e dei detenuti. A questa è stato accompagnato l’acquisto di 21 telecamere per la videosorveglianza e l’edificazione di 20 alloggi destinati agli ufficiali impegnati nella struttura. “Adesso – commenta con orgoglio il direttore Sadeqi – quello di Herat può essere veramente definito un carcere modello”.