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In Francia sono state introdotte guide spirituali per combattere il proselitismo nelle carceri
di Luca Manzi

La Francia prende di petto l’integralismo islamico e lo fa scegliendo la strada dell’integrazione e della libertà di culto. L’ultima proposta del Presidente François Hollande va proprio in questa direzione e prevede l’assunzione di decine di imam da spedire nelle carceri del Paese per tenere lezioni di islam ai detenuti musulmani.
L’obiettivo è quello di arginare il proselitismo islamico nelle prigioni e la strategia che il Presidente intende adottare passa per l’assunzione a tempo pieno da parte dello Stato delle guide spirituali. Ad oggi dei 200 penitenziari francesi circa 60 hanno già una guida ufficiale per la pratica del culto islamico; di conseguenza il Governo ha previsto già dal prossimo anno l’assunzione di decine di imam che inizieranno a lavorare prima in 30 penitenziari, e poi in altri 30 l’anno successivo.
La filosofia che ha ispirato questa scelta è stata ben spiegata dal Ministro della Giustizia Christiane Toubira che ha detto: “è necessario che il culto nelle prigioni sia svolto in conformità con i valori e le leggi della Repubblica”, e ha aggiunto: “già per il 2013 il Governo ha chiesto di mettere a bilancio le prime 30 assunzioni”.
L’idea è quella di non lasciare spazio a un proselitismo integralista e incontrollato, ma di affidare la gestione della dottrina a imam di professione, seguiti e pagati dallo Stato, senza permettere che alcuni detenuti, magari arrestati per reati di terrorismo, si improvvisino predicatori.
La decisione dell’Esecutivo di Parigi è arrivata dopo alcuni studi che hanno dimostrato come la maggiore presenza di imam “ufficiali” abbia contribuito a ridurre negli ultimi anni il fenomeno del proselitismo islamico.
“Non bisogna confondere tutto – ha commentato il Ministro – ci sono anche le condizioni di sovraffollamento che rendono spesso piccoli criminali di prigione soggetti pericolosi una volta usciti: non è solo un proble­ma di radicalizzazione religiosa”.
In ogni caso la decisione del Governo ha sollevato un dibattito acceso in Francia sull’opportunità di inserire degli “imam di Stato” nelle carceri. Da un lato i critici hanno messo in guardia sul fatto che non basta un titolo “francese” per rendere un imam un servitore dello Stato; dall’altro, i fautori della legge hanno invece ribadito che, proprio nel momento in cui si fa più forte il proselitismo islamico nelle carceri, la possibilità di guidare questo fenomeno su una strada di integrazione e convivenza è il modo migliore per evitare il rischio terrorismo.
E il dibattito si è fatto ancora più acceso dopo che la polizia francese ha ucciso un giovane che preparava attentati alle sinagoghe di Parigi e che aveva conosciuto l’islam radicale in prigione. Il suo nome era Jérémy Louis-Sidney e quando è stato trovato dalle forze dell’ordine ha impugnato la sua Magnum 357 e ha iniziato a sparare. Il caso di Louis-Sidney arriva qualche mese dopo l’affaire Merah, ossia la serie di omicidi compiuti da un giovane nella periferia di Tolosa e finiti con la strage davanti a una scuola ebraica. I due fatti, avvenuti a distanza di poco tempo, hanno sollevato nell’opinione pubblica la problematica della diffusione massiccia dell’integralismo e richiesto un intervento immediato delle autorità e del Governo.
Quando è stato braccato dalla Polizia, Jérémy Louis-Sidney aveva 33 anni, di origine antillese, cresciuto a Mellun, un paese a circa 30 chilometri a Sud di Parigi. L’uomo aveva un passato da piccolo delinquente, era stato arrestato più volte per spaccio e si era convertito all’Islam radicale nel 2008, durante un soggiorno in prigione. Da quel momento aveva cominciato a girare per il Paese, sia per visitare le sue tre mogli che per organizzare la sua piccola cellula jihadista. Oltre a lui, la Polizia ha infatti fermato altre 11 persone, tutte di nazionalità francese con un’età compresa tra i 19 e i 25 anni, da poco convertite alla religione musulmana.
Quello che preoccupa di più le forze dell’ordine, però, sono le origini sociali di questi giovani, tutti cresciuti nell’emarginazione e in quelle periferie cittadine che già molte volte sono finite al centro di brutti episodi di cronaca. Secondo gli investigatori la loro battaglia non c’entra nulla con Al Qaeda, ma si tratta di una violenza e di una rabbia sociale che si saldano con l’integralismo islamico appreso proprio nella marginalità, spesso del carcere.
Gli episodi di violenza hanno ovviamente acceso i riflettori della politica e, oltre l’intervento del Governo, anche il leader del  partito di centrodestra, François Fillon, ha parlato di “unione nazionale” per contrastare la violenza, mentre alcune sacche di estremismo nella società civile già cominciano a ipotizzare l’esistenza di un “razzismo contro i bianchi” da parte delle comunità emarginate.
Il clima sociale purtroppo si è tornato ad accendere nelle ultime settimane, complici alcuni fatti di cronaca che hanno sollevato la rabbia islamica. Nel pieno della bufera scoppiata in tutto il Medio Oriente per il film “Innocence of the Muslims” che attacca i musulmani, il settimanale francese “Charlie Hebdo” ha pubblicato vignette satiriche su Maometto che hanno reso incandescente il clima nel Paese. Per paura di rappresaglie il Governo ha chiuso sedi diplomatiche e scuole in una ventina di Paesi considerati “sensibili” e ha vietato le manifestazioni in patria.
Ma l’evento, oltre a far ribollire la pentola delle frustrazioni sociali e religiose, ha riacceso il dibattito sulla laicità della Francia e sulla presenza sempre più massiccia, soprattutto tra le classi più basse della popolazione, di cittadini che professano la religione islamica. Il Paese non riconosce né finanzia in modo diretto alcun culto, e anche se non ci sono statistiche ufficiali, è noto che la minoranza islamica è ad oggi la più numerosa e può essere stimata in 6-7 milioni di persone, circa il 10% del totale della popolazione francese.
In questo quadro l’organismo di rappresentanza creato dallo Stato, il Consiglio francese del culto musulmano, si è rivelato poco adatto a controllare la base dei credenti e i fenomeni di integralismo sono proliferati. Oggi, di fronte alla polveriera rappresentata dal mondo delle carceri, dove l’emarginazione è di casa ancor di più che nelle banlieue, il Governo Hollande ha scelto di dare una risposta concreta: arginare l’estremismo cercando di guidare il proselitismo lungo una strada tracciata dallo Stato.

A pochi mesi dalla sua scomparsa è ancora vivo nella memoria il segno che l’ex arcivescovo di Milano ha lasciato nel mondo penitenziario e non solo
di Gabriele Sapienza

Era il 1981 quando il cardinale Martini, allora arcivescovo di Milano, si recò nel carcere di San Vittore per la sua prima visita pastorale. Da allora non ha mai dimenticato il mondo penitenziario, così come non è stato dimenticato dai detenuti, dai tanti operatori penitenziari e dai dirigenti che hanno avuto il piacere di incontrarlo.
Fu un legame stretto e sempre solido quello che Martini portò avanti con il luogo che amava definire “il cuore di Milano”, San Vittore appunto. Nel penitenziario milanese si recava ogni Natale per celebrare la messa ed esprimere così la sua vicinanza alla popolazione detenuta e alle famiglie di chi in carcere era costretto a starci per scontare una pena, ma anche delle tante persone che vi lavoravano. Egli considerava la detenzione la scelta ultima per la riabilitazione e riteneva necessaria, per ogni detenuto, la necessità di compiere percorsi di reinserimento nella società. Perdono e riconciliazione erano le parole che utilizzava spesso per riferirsi al mondo penitenziario e forte di queste convinzioni si dedicò all’ascolto dei terroristi che lo ripagarono – anni dopo il primo incontro – consegnando a lui le armi, simbolo della loro lotta contro lo Stato.
È forte ancora, nella memoria, il ricordo del Giubileo delle carceri che il cardinale Martini visse insieme ai detenuti di San Vittore il 9 luglio del 2000. “Il Giubileo – disse in quella occasione – significa per ciascuno di voi anche la presa di coscienza della propria dignità, così da poter dire: io sono importante, sono figlio di Dio, figlia di Dio, ho diritto al rispetto, all’amore, all’aiuto, alla solidarietà come tutti gli uomini e le donne della terra”.
Ma chi era il cardinale Martini?
Carlo Maria Martini era nato nel 1927 a Torino e fin da bambino mostrò il suo spiccato interesse per lo studio della Bibbia. All’età di 17 anni, nel 1944, entrò nella Compagnia di Gesù e nel 1952, a 25 anni, ricevette l’ordine sacro. Nel 1980 fu consacrato arcivescovo di Milano, ruolo che ricoprì fino al 2002.
Milano e l’Italia intera lo ricordano come un esempio di elevatezza morale e culturale; un uomo in grado di dialogare, comprendere e farsi comprendere da tutti, che amava principalmente stare vicino agli ultimi, ai poveri e ai bisognosi.
Era un biblista, un teologo e un esegeta che, attraverso i suoi scritti e le sue parole ha aperto un dialogo con le altre religioni, ebraismo in primis. Rimase fermo, nel tempo, sulle sue posizioni senza mai rinunciare però all’ascolto e al dibattito e anche grazie a questa sua volontà di aprirsi – finanche nei confronti dei non credenti e dell’Islam – fu soprannominato “cardinale del dialogo”.
Lasciata Milano si trasferì per qualche anno in Terra Santa, a Gerusalemme, dove riprese lo studio dei testi sacri e dove tradusse, all’età di 75, l’antico manoscritto di Bodmer , dal nome del suo scopritore.
Tornato definitivamente in Italia, nel 2008, si stabilì presso la casa dei Gesuiti di Gallarate dove terminò la sua vita il 31 agosto del 2012.
La partecipazione popolare per il suo commiato è stato particolarmente sentito. Una folla di circa 200.000 persone ha reso omaggio alla salma del cardinale nella camera ardente allestita nella piazza del Duomo a Milano.
Al mondo penitenziario il cardinale Martini ha lasciato un testamento spirituale in cui si ritrova un nuovo senso della pena; il fulcro di ogni penitenza deve essere la dignità dell’uomo, solo avendo chiaro questo principio si può condurre chi ha sbagliato alla riparazione e alla riconciliazione. Lo si legge chiaramente nel volume che pubblicò nel 2003 per Mondadori, Non è giustizia. La colpa, il carcere e la parola di Dio. Nel libro egli scrisse quello che considerava essere il senso della detenzione e della pena, invitando con le sue parole – sia laici che fedeli, membri delle istituzioni e privati cittadini – a chiedersi quale fosse il vero senso della detenzione.
È in questo contatto con gli ultimi e nelle parole che Martini rivolse loro nei numerosi incontri all’interno dei penitenziari che si può condensare il pensiero, mai convenzionale, che egli aveva sulla diversità e sull’accettazione di essa.
Resta viva nella memoria la capacità del cardinale di saper indicare a tutti una strada fondata sul senso di giustizia. “Una giustizia – si legge nel libro – che sappia ricucire i rapporti invece di reciderli, promuovere il consenso ai valori della convivenza civile e far sua una nozione non banale della carità e del perdono”.
In merito al carcere espresse spesso il suo parere durante interventi pubblici e privati e così fece in molte pubblicazioni, lo stesso atteggiamento si ritrova nella fitta corrispondenza che intraprese con numerosi detenuti.
Sono le sue parole a spiegare al meglio il suo pensiero: “La carcerazione deve essere un intervento funzionale e di emergenza, quale estremo rimedio temporaneo ma necessario per arginare una violenza gratuita e ingiusta, impazzita e disumana, per fermare colui che, afferrato da un istinto egoistico e distruttivo, ha perso il controllo di se stesso, calpesta i valori sacri della vita e delle persone, e il senso della convivenza sociale. Noi non siamo una società che vive il Vangelo. Se davvero tutti vivessimo il Vangelo e ci sforzassimo di amarci scambievolmente, di praticare la regola del ‘fa’ agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te’, non ci sarebbero né giudici, né condanne. Siamo molto lontani dalla comunità perfetta a cui punta il Vangelo, e quindi abbiamo bisogno di strutture di deterrenza e di contenimento. Ma il cristiano – se vuole essere coerente con il messaggio di Dio Padre misericordioso che non gode per la morte del peccatore, vuole anzi che si converta e viva e per lui fa festa – non potrà mai giustificare il carcere se non come momento di arresto di una grande violenza”.

Dal 31 marzo i 6 Ospedali psichiatrici giudiziari dovranno essere chiusi
Servizi di Daniele Autieri

I tempi stringono e dentro l’Amministrazione penitenziaria si intensifica il dialogo con le Regioni e il ministero della Salute per gestire, dopo il 31 marzo prossimo, la chiusura degli Opg e l’apertura di nuove strutture destinate agli attuali pazienti/internati degli ospedali psichiatrici giudiziari.
Da parte sua l’Amministrazione sta mettendo in campo tutte le forze per  fare in modo che alla data prevista dalla legge siano pienamente operative le REMS (Residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza sanitaria), così come dovrebbero chiamarsi le nuove strutture.
“Prima di tutto però – spiega Grazia De Carli, Direttore dell’Ufficio VI- Misure di Sicurezza della direzione generale detenuti e trattamento (l’Ufficio si occupa della gestione degli Opg, delle case lavoro e colonie agricole) – dobbiamo sgombrare il campo da un equivoco. Ad oggi il numero degli internati negli Opg italiani è pari a 975, di questi 82 sono donne, rispetto ai 1.370 del 2008 e ai 1.448 del 2010. A dispetto di quanto affermato spesso dalla stampa, questo numero è andato diminuendo negli ultimi anni”.
Per tutti gli internati  l’Amministrazione ha già avviato un piano di intervento. Il primo passo è stato l’istituzione dell’Ufficio per le Misure di Sicurezza per coordinare a livello centrale le attività dei singoli Opg, dialogare con le realtà territoriali e con quelle centrali. Il secondo passo è stato trasferire i pazienti/internati al bacino territoriale di affluenza  in base alla residenza del paziente o dei familiari, ai fini della successiva presa in carico da parte dei D.S.M. per la prosecuzione del programma terapeutico riabilitativo individualizzato.
Le nuove strutture sanitarizzate che saranno gestite dal Servizio Sanitario Regionale, secondo la legge non potranno ospitare più di 20 pazienti e saranno dislocate in ambito regionale. E’ stata poi istituita, d’accordo con le Regioni e con il Ministero della salute, la figura del Coordinatore di bacino, “allo scopo di meglio coordinare,da parte di ciascuna Regione e Provincia Autonoma,gli interventi di presa in carico degli internati di competenza e di assicurare idonee forme di collaborazione e di coordinamento per la realizzazione del superamento degli O.P.G”(Accordo 13.10.2011) operando  di concerto  anche con i Provveditori dell’Amministrazione penitenziaria.
“L’Amministrazione – continua Grazia De Carli – è fortemente impegnata su questa vicenda e non intende fare solo un passaggio di consegne. L’intento è quello di gestire la migrazione di queste persone nel miglior modo possibile, attivando non solo un dialogo con le regioni ma mettendosi a disposizione per formare il personale per gli aspetti giuridico-amministrativo. Vogliamo far capire chi sono queste persone, condividere il loro pregresso e trasferire, per quanto possibile, la nostra conoscenza e la nostra esperienza in materia alle Regioni”.
Ma questo non è tutto perché, proprio in considerazione del passaggio alle Regioni della gestione dei soggetti con problemi psichiatrici, l’Amministrazione già dal 2011 ha cominciato ad organizzarsi al suo interno per dotare le sezioni degli istituti penitenziari di una valida assistenza psichiatrica per quei detenuti che ne evidenzino il bisogno e per attutire il disagio detentivo, attivando attraverso le Asl competenti i necessari presidi medico-specialistici in mancanza dei quali oggi si ricorre agli Opg.
Adesso il momento cruciale si avvicina e il gruppo di lavoro istituito in seno al Comitato paritetico interistituzionale presso la Conferenza unificata (a cui partecipa l’Amministrazione, le Regioni e il Ministero della Salute) ha licenziato il 26 settembre scorso il testo del decreto ministeriale che definisce i requisiti strutturali, tecnologici e organizzativi, anche con riguardo ai profili di sicurezza, delle strutture destinate ad accogliere le persone per cui sono applicare le misure di sicurezza del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario e dell’assegnazione a casa di cura e custodia.
Il testo, acquisita l’Intesa della Conferenza Unificata il 26 settembre 2012, è stato firmato dal Ministro della Salute e dal Ministro della Giustizia il 1 ottobre 2012,   ha passato il controllo della Corte dei Conti e attende solo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Un altro importante passo in avanti verso il superamento degli Opg.

“Una battaglia di civiltà”
Intervista al Senatore Ignazio Marino, Presidente della Commissione parlamentare d’Inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale

Mancano pochi mesi alla chiusura per legge degli Ospedali psichiatrici giudiziari. Da allora oltre mille persone (quelle che oggi sono internate nei 6 Opg italiani) dovranno trovare una nuova sistemazione. A guidare il cambiamento una legge figlia di un lungo lavoro della Commissione parlamentare d’Inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale, presieduta dal Senatore Ignazio Marino.
La legge stabilisce che dal 31 marzo 2013 gli ospedali psichiatrici giudiziari dovranno essere chiusi. Come si è arrivati a questo traguardo?
“Nel 2010, la Commissione d’Inchiesta sui Servizio Sanitario Nazionale del Senato, tra le varie indagini avviate, ne ha deliberata una sulla salute mentale. Dopo sopralluoghi e audizioni di esperti, è emerso gradualmente ma chiaramente che vi fossero dei luoghi entrati da decenni in un cono d’ombra e sfuggiti alla regolamentazione sia della legge Basaglia che dei successivi provvedimenti. Quei luoghi sono i 6 Opg italiani. Fin dalle audizioni abbiamo percepito che all’interno di alcune di queste realtà le condizioni di vita, la dignità e il rispetto delle persone, come le condizioni igienico-sanitarie, fossero quantomeno deficitarie. Abbiamo quindi deciso di avviare un’inchiesta specifica e da giugno 2010 abbiamo iniziato a svolgere dei sopralluoghi specifici e a sorpresa utilizzando tutti i mezzi a nostra disposizione, coinvolgendo i carabinieri del Nas”.
Da dove siete partiti?
“La prima struttura visitata è stata l’ospedale di Barcellona Pozzo di Gotto, vicino a Messina. All’interno del reparto, nella camera di contenzione,  abbiamo trovato un letto fissato al pavimento con la rete metallica e senza materasso. La rete aveva un buco al centro per la caduta degli escrementi e sopra c’era un uomo nudo, legato al letto con delle garze. Questo è un esempio delle condizioni di vita negli Opg che, dopo le denunce della Commissione, sono stati definiti  dal Presidente della Repubblica Napolitano, “un orrore indegno di un Paese appena appena civile”. Ad Aversa abbiamo visto con i nostri occhi un altro esempio di degrado, durante l’estate del 2010: faceva molto caldo e per raffreddare l’acqua gli internati infilavano le bottiglie di plastica dentro il foro del bagno alla turca. In un’altra struttura, a Montelupo Fiorentino, l’umidità si era mangiate le pareti, alcuni vetri rotti erano stati sostituiti con pezzi di cartone e non c’era separazione tra dove consumare il cibo, dove dormire e dove andare di corpo”.
Quali erano le condizioni degli internati?
“Analizzando i singoli casi abbiamo scoperto che circa il 40% dei reclusi non rappresentava nessun pericolo sociale, un elemento fondamentale per finire in un ospedale psichiatrico giudiziario. Alcuni erano stati privati della libertà da anni o da decenni, condannati a una sorta di ergastolo bianco, perché la loro pena era stata prorogata negli anni infinite volte. Per fare un esempio a Barcellona Pozzo di Gotto c’era un uomo rinchiuso da 18 anni perché nel lontano 1992 era entrato in un bar di Catania, si era infilato la mano nella giacca simulando di avere una pistola e aveva rubato 7mila lire. Un tribunale lo aveva considerato incapace di intendere e di volere e socialmente pericoloso e tale valutazione era stata ripetuta negli anni successivi dalle perizie mediche”.
Qual è adesso la strada prevista dalla legge?
“La Commissione d’inchiesta è riuscita a far introdurre nella legge 9 del 2012, una norma che individua una data precisa per la chiusura degli Opg: il 31 marzo 2013. Sempre con la stessa legge, lo Stato ha stanziato 272 milioni di euro per avviare percorsi di recupero degli internati. Una parte possono essere curati sul territorio, mentre gli altri saranno assistiti in strutture specifiche, ciascuna delle quali potrà ospitare un massimo di 20 persone, dove non sarà presente la Polizia Penitenziaria, ma i pazienti saranno accuditi da operatori sanitari. Anche i metodi di valutazione della pericolosità sociale dovranno essere rivisti, anche se comunque la decisione finale spetterà al magistrato”.
Crede che la data limite del 31 marzo sarà rispettata? Molte regioni sono già in ritardo rispetto a quell’obiettivo…
“Sono più che in ritardo. A dimostrazione di ciò, rispetto ai 90 milioni di euro stanziati dallo Stato per il 2012, le regioni italiane non hanno speso neanche 1 euro. Per questa ragione, il 15 ottobre mi sono recato dal Presidente del Consiglio Mario Monti per esprimere grande preoccupazione e suggerire al Governo una soluzione: si nomini un commissario nazionale che possa gestire il percorso di chiusura e le risorse economiche messe a disposizione. Siamo consapevoli che attraversiamo un momento di grave crisi economica, che il fondo sanitario nazionale è stato tagliato di altri 23 miliardi e che le regioni sono chiamate ad affrontare sfide complesse, ma anche la chiusura degli Opg è un passo di civiltà”.
La discussione sugli Opg riapre inevitabilmente il dibattito su tossicodipendenza e carcere. Non le sembra che il sistema giudiziario italiano non abbia ancora elaborato una risposta efficace verso chi delinque per droga?
“Quello sulla droga è un mio parere personale e non parlo come Presidente della Commissione. Ritengo che la prossima legislatura dovrebbe superare la legge Fini-Giovanardi perché, visitando molti istituti penitenziari italiani, ho visto che un numero davvero enorme di persone sono in carcere per reati connessi alla droga, e molti di questi alle droghe leggere. Pensiamo che il 6 novembre, mentre erano in corso le elezioni americane, due Stati importanti come Washington e Colorado hanno approvato una legge che porta a legalizzare la vendita e l’utilizzo di droghe leggere, sottraendo alla criminalità un business importante”.
Oltre agli Opg anche il sistema giustizia italiano avrebbe bisogno di una riforma radicale che smetta di utilizzare il carcere solo come un contenitore di tutte le emergenze…
“Auspico che una riforma della giustizia e del carcere al più presto. Il carcere deve essere un luogo che mira al recupero sociale delle persone e per fare questo c’è assoluta necessità di ricorrere molto di più a pene alternative”.

Intervista a Gerardo Bombonato, presidente dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia Romagna, sul ruolo dei giornalisti nella comunicazione da e verso il carcere
di Silvia Baldassarre


Si parla sempre di emergenza carcere perché è un tema che si affronta, almeno nei media, quando c’è qualcosa di clamoroso e quasi sempre negativo. Io direi però che vicino a questa emergenza carcere, che è una costante del giornalismo c’è anche un’emergenza informazione perché, dobbiamo dirlo, noi giornalisti abbiamo attenzione per questo problema soltanto quando emergono fatti che vengono percepiti dall’opinione pubblica e dai lettori soltanto in modo negativo”.
È questo il pensiero di Gerardo Bombonato – presidente dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia Romagna – sul ruolo dei giornalisti nella comunicazione da e verso il carcere.
“Basta pensare – continua Bombonato – che quando nel mondo politico si parla di amnistia noi giornalisti non riusciamo a dar conto di cosa significhi veramente. Tra i fruitori delle notizie in pochi sanno che gli eventuali beneficiari di questo provvedimento, di lì a poco, dovranno essere rimessi in libertà e questo i giornalisti lo dovrebbero spiegare meglio. Altrimenti si rischia di alimentare quelle che sono le paure della gente in tema di sicurezza perché, nell’immaginario collettivo, amnistia vuol dire tanti detenuti fuori che continueranno a delinquere e quindi a creare allarme sociale”.
Secondo lei lo stesso avviene quando si parla di pene alternative?
“Anche in questo caso non spieghiamo mai in cosa realmente consistono, ci limitiamo a solleticare quelle che sono le corde anche superficiali e sbagliate dell’opinione pubblica. Questo è sicuramente un errore dell’informazione in generale. È chiaro che non voglio generalizzare; ci sono ottimi giornalisti e media che fanno un’informazione corretta ma, in generale, su questo pecchiamo molto. Non ci rendiamo conto, sia a livello individuale sia a livello di redazioni, che il nostro è un mestiere basato sulla parola e dovremmo riflettere un po’ di più prima di utilizzare i soliti stereotipi e luoghi comuni che vengono facili per la fretta, sempre più presente in questo mestiere, ma che sicuramente non rendono giustizia né alla realtà che c’è dentro le carceri né a noi stessi”.
Secondo lei questo modo di fare informazione è dovuto alla linea dell’editore che molto spesso interviene nella produzione giornalistica?
“Sicuramente la linea editoriale dei media, pur nella loro autonomia, è quella di essere venduti e quindi non vanno a dare un’informazione reale, ma cercano sempre di accarezzare la mentalità dei lettori, per cui c’è sicuramente un’influenza da parte dei vertici delle testate per dare un certo taglio alle notizie. Questo però non ci assolve, come individui e come giornalisti, dall’essere scorretti. Nel caso specifico del carcere, per esempio, penso che i detenuti siano uomini e non numeri. Molto spesso nell’informazione si fa un grande elenco di statistiche dove si ricorda il sovraffollamento e il numero dei suicidi, ma non si va oltre per guardare e spiegare cosa realmente questi numeri significano all’interno e fuori dal carcere. Spesso gli articoli diventano delle note contabili sul numero dei tossicodipendenti e su quanti detenuti sono in attesa di giudizio, o ancora su quanti sono gli stranieri, i suicidi e gli atti di autolesionismo. I numeri non dicono nulla se non vengono spiegati con le storie vere. La sensibilizzazione della società è anche compito del singolo giornalista e non solo della linea editoriale. Il nostro mestiere – e lo dico perché l’ordine dell’Emilia Romagna sui temi sociali si è speso molto in questi anni – deve dare voce a chi non ce l’ha, soprattutto in relazione agli emarginati. Certo, tutto questo comporta sacrificio, tempo e approfondimento da parte di ogni giornalista, ma le possibilità esistono e si tratta solo di esplorarle. Nel caso del carcere sono un esempio le tante redazioni giornalistiche nate all’interno delle strutture penitenziarie che favoriscono la conoscienza di quel mondo e meriterebbero più attenzione da parte dei giornalisti”.
L’OdG dell’Emilia Romagna ha dedicato un intero numero dell’house-organ a “Media, carcere e società”. Da cosa è nata questa necessità? Soprattutto in relazione al fatto che il target di riferimento è costituito dai giornalisti?
“Abbiamo un sito web dove pubblichiamo le notizie di attualità. Poi abbiamo questa rivista trimestrale sulla quale cerchiamo di approfondire, di volta in volta, i temi che il Consiglio regionale ha affrontato negli ultimi mesi. Per cui scegliamo un argomento, come in questo caso quello del carcere, e lo sviluppiamo in forma di dossier. Come Ordine dell’Emilia Romagna, da più di un anno – proprio perché crediamo che bisogna dare un senso all’esistenza dell’Ordine stesso – stiamo puntando molto sulla formazione. La Fondazione che abbiamo creato si occupa soprattutto di questo, organizzando corsi e seminari di diverso taglio e durata con la volontà di formare i giornalisti. Abbiamo in qualche modo anticipato quello che la nuova legge impone ai giornalisti, così come è per tante altre professioni, ovvero l’obbligo della formazione. Quello della rivista è quindi un canale per veicolare o per suscitare sensibilità che non sono presenti in tutti gli iscritti. Questo numero sul carcere è nato anche in seguito a una serie di iniziative che abbiamo fatto in collaborazione con altre organizzazioni su come può e deve cambiare l’informazione sul carcere”.
Infatti partecipate a numerosi incontri sul tema. Qual è la risposta dei partecipanti? E chi sono i fruitori di questi appuntamenti? Giornalisti, gente comune, professionisti di altre realtà?
“C’è una grande rispondenza e una nutrita partecipazione sia di giornalisti che hanno voglia di confrontarsi sia di volontari, detenuti autorizzati dal Magistrato di Sorveglianza; degli stessi magistrati e degli avvocati. Questa vasta gamma di partecipanti offre una serie di punti di vista che aiutano ad interloquire con gli operatori dell’informazione, ma anche ai giornalisti stessi che possono prendere in considerazione punti di visuale che non avevano valutato. Grazie alla vicepresidente dell’Ordine regionale – Carla Chiappini – che è anche una volontaria nel carcere di Piacenza, c’è stato uno stimolo anche per noi del Consiglio che conoscevamo poco l’argomento. Questo Ordine, poi, nel 2007 ha contribuito a far nascere la Federazione dei giornali dal carcere e sul carcere, sulla scia di un seminario a cui hanno partecipato oltre 120 persone che rappresentavano diverse realtà provenienti da tutta Italia: oltre 60 giornali cartacei e 10 testate online”.
Insieme alla Lombardia e al Veneto siete firmatari della “carta di Milano”, che contiene indicazioni deontologiche su come trattare notizie che riguardano i condannati, i detenuti e le loro famiglie e del mondo carcerario in genere. Come siete giunti a tale decisione?
“Anche questa iniziativa è nata da esperienze simili a quella del 2007. Come Ordine regionale abbiamo partecipato a convegni all’interno del carcere ‘Due Palazzi’ di Padova; siamo stati invitati alla Triennale di Milano dove era stato allestito un braccio detentivo dove si è riflettuto insieme sul tema; abbiamo anche organizzato incontri a livello locale. Abbiamo messo in comune una serie di esperienze visto che questi Ordini regionali hanno in comune una particolare sensibilità sul tema. Abbiamo pensato che fosse il caso di creare una Carta, non perché ce ne fosse un particolare bisogno – perché in fondo i principi fondamentali di un corretto e trasparente giornalismo sono già contenuti nella nostra legge istitutiva – ma per una maturazione della categoria. I principi che già ci sono vanno declinati seguendo i cambiamenti sociali, sviluppati e approfonditi settore per settore”.
Le iniziative sono diffuse a macchia di leopardo. Non crede che sia necessario assimilarle in un contesto più generale, vale a dire su tutto il territorio nazionale?
“È vero, sono iniziative diffuse a macchia di leopardo, ma è importante che ci siano perché più Ordini regionali si avvicinano a questi temi più è facile che l’Ordine Nazionale sia costretto a prendere coscienza della necessità di varare iniziative su tutto il territorio nazionale”.
Ritornando alla Carta di Milano, non le sembra che in questo documento l’attenzione dedicata agli agenti e agli operatori penitenziari sia insufficiente?
“Sicuramente la Carta di Milano è una proposta – creata dall’Ordine insieme ai volontari e ai detenuti – e come tale è perfettibile. Certo l’attenzione alla Polizia Penitenziaria è poca sia perché gli agenti non hanno partecipato alle iniziative degli Ordini sia perché anche noi, forse, non li abbiamo coinvolti abbastanza. Comunque questo documento è una risposta all’imbarbarimento della professione. A causa della velocità del lavoro e per il numero sempre minore di giornalisti, anch’essi soggetti ai tagli da parte degli editori, troppo spesso si tralasciano gli approfondimenti necessari. I principi di questa Carta sono due: non è ammessa l’ignoranza della legge e quindi anche per i giornalisti che scrivono e che comunicano vale questa regola; l’altro principio – difficile da trasmettere – è quello del diritto all’oblio che riguarda questioni giuridiche, oltre che giornalistiche, perché una persona che ha scontato una pena ha il diritto di essere considerata per quello che è allo stato attuale e non per quello che ha commesso nel passato”.
Lei ha partecipato a numerose iniziative dedicate al ruolo dell’informazione nel mondo penitenziario organizzate dal Dap. Ci vuole parlare di questo rapporto?
“Quando vengo invitato a discutere di questi temi partecipo sempre molto volentieri perché non difendo in toto la categoria che spesso ha delle colpe; riconoscerle credo sia il modo migliore per superarle. Confrontarsi e avere un dialogo è un modo per migliorare e crescere dal punto di vista professionale. Solo con il confronto si possono riconoscere delle cose e correggerle per cui questi incontri sono positivi, dovrebbero essercene di più”.

Il lavoro è il punto fondamentale del protocollo d’intesa firmato tra l’Amministrazione Penitenziaria e l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani
di Silvia Baldassarre

È una realtà sempre più diffusa quella che vede impegnati, insieme, i penitenziari e i Comuni italiani nell’ottica di un’azione sinergica tra l’Amministrazione Penitenziaria e le Amministrazioni locali per un contatto sempre più stretto e concreto tra carcere e territorio. Il lavoro è il punto d’incontro tra le due istituzioni e sullo sviluppo e sulla realizzazione di nuove possibilità si è concentrata l’attenzione del Dap e dell’Anci – Associazione Nazionale dei Comuni Italiani – con la sottoscrizione, lo scoro 20 giugno, di un protocollo d’intesa che parte dalla premessa che “al fine di implementare il flusso di opportunità occupazionali mediante la promozione, ricerca ed organizzazione di attività lavorative in favore della popolazione detenuta, è indispensabile instaurare un piano sinergico di azioni congiunte cui partecipino – ognuno per il proprio ambito di competenza – le Amministrazioni comunali nell’attività di ricerca di posti di lavoro e le strutture periferiche dell’Amministrazione Penitenziaria insistenti sul territorio (Provveditorati regionali e istituti), nella complessa opera di individuazione dei detenuti da impiegare nelle attività lavorative extramurali”.
Apripista dell’accordo è stata la firma della Convenzione tra il Comune di Portici e la casa circondariale di Napoli Poggioreale che vedrà i detenuti impegnati nella pulizia, manutenzione e restauro di siti di interesse pubblico. Il programma sarà predisposto dal Comune campano in accordo con la direzione del penitenziario e la sperimentazione avviata a Poggioreale servirà d’esempio per altre iniziative in programma tra Anci Campania e Anci Nazionale per il coinvolgimento di altri comuni e altri istituti penitenziari della Regione.
Si legge infatti nelle considerazioni del protocollo d’intesa che “l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani può operare efficacemente con un ruolo attivo e di supporto per l’attuazione delle politiche volte al contrasto del fenomeno criminale con particolare attenzione alla sicurezza della collettività anche favorendo lo scambio di buone pratiche”.
Anche a questo principio si ispira la Convenzione stipulata tra la casa circondariale di Massa Marittima, il Comune della cittadina toscana e gli Uffici per l’Esecuzione Penale Esterna di Siena e Grosseto che ha come oggetto la predisposizione di contratti per l’inserimento dei detenuti in lavori socialmente utili presso associazioni ed enti, pubblici e privati, che operano nel settore. Il valore dell’iniziativa è quello di permettere ai detenuti di riscattare il comportamento contrario alla legalità attraverso opere in favore della comunità, per tornare ad esserne una parte integrante. Allo stesso tempo, infatti, il progetto oltre a garantire l’acquisizione di competenze ai detenuti garantisce loro un contatto diretto con la cittadinanza e la possibilità di mostrare se stessi al di fuori del carcere. Il programma infatti prevede lo studio di ogni singolo caso e un progetto di volontariato personalizzato per ciascun detenuto. Allo stesso modo sarà personalizzata la verifica dell’attività svolta con la valutazione, caso per caso, sulla possibilità di proseguire, modificare o di cessare il lavoro.
Come stabilito dal protocollo, in considerazione del fatto che “il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, allo scopo di ricercare nuove opportunità occupazionali, incrociarle con potenziale occupabile di cui dispone e creare occasioni di lavoro intra ed extramurarie, ha l’esigenza di consolidare la rete di contatti tra gli istituti penitenziari e gli enti locali, interessati a fruire di prestazioni lavorative ad opera di soggetti detenuti, agevolando la conoscenza immediata di eventuali fabbisogni occupazionali a livello locale”.
In questa tipologia di accordo rientra quello stipulato tra il Comune di Frosinone e la casa circondariale della provincia laziale che vede coinvolti i detenuti nella bonifica e nella pulizia del verde – attrezzato e non – nel centro cittadino e nelle zone periferiche. Gli interventi riguardano la cura degli spazi verdi, come è avvenuto per le aiuole del tribunale; la messa a dimora di piante nel cimitero civico e la pulizia delle zone più estreme del tessuto urbano di Frosinone.
È invece incentrato sulla raccolta differenziata il progetto attivato nel carcere di Vibo Valentia dove i detenuti si occupano dello smistamento dei rifiuti. Il laboratorio, allestito all’interno del penitenziario, ha già dato i primi risultati positivi facendo aumentare del 5-6% la raccolta in tutto il territorio comunale facendo registrare, soprattutto per la plastica e l’alluminio, anche un miglioramento degli standard qualitativi.
Ma tra le attività nate in seguito all’accordo tra Anci e Dap vi sono anche quella che prevede il supporto da parte della biblioteca del Comune di Ortona per l’organizzazione della biblioteca nel carcere di Chieti.
Nello specifico è previsto il prestiti di libri affiancato da una serie di interventi formativi per creare le competenze di base alla catalogazione e gestione del patrimonio librario del carcere, lavoro che sarà poi svolto dai detenuti. E ancora quella che vedrà i detenuti delle due carceri fiorentine realizzatori dei cuscini e delle coperte per gli asili nido della città e, in accordo con il Comune, saranno poi impegnati anche in lavori di giardinaggio, falegnameria e informatica.
In alcune città infine, come nel caso di Cagliari e Lametia Terme, si sono organizzati incontri conoscitivi sull’accordo, sempre tenendo presente il fatto che il protocollo d’intesa richiama la propria vocazione all’articolo 27 della Costituzione.

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